1) La documentazione reperita non mi permette di stabilire con precisione la durata del periodo veneziano che inizia non prima del 1871 e finisce non dopo il 1878. Fino al 1871 infatti, e dal 1878 in poi, Scarmagnan risulta sicuramente residente nelle Basse. Molto probabilmente egli stette sei anni a Venezia, tra il 1872 e il 1878.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

(2) Scrive il Franzina, inquadrando il veronese nel più ampio contesto veneto: «I moti di protesta rurale verificatesi [...] tra l'inverno del 1866 e i primi mesi d'introduzione del macinato [...] nel veronese segnalano [...] il completo distacco di molti contadini dalla causa della rivoluzione borghese e l'inizio di una storia di lotte e di estraneazione attiva dal progetto, poi risultato vincente, dei moderati per l'ingabbiamento delle classi subalterne nella regione [...] La convinzione dell'intollerabilità del presente stato di cose si diffonde per tempo nelle campagne e giunge a lambire, nel caso veronese, persino le città». Quindi, dopo aver negato l'esistenza di una qualche forma di rapporto in questa fase tra ribellismo rurale e «gli esponenti del movimento democratico e garibaldino dei centri», così  lo storico descrive il protosocialismo del capoluogo: «A Verona le premesse all'iniziativa internazionalista, propagandate per tramiti risorgimentali e garibaldini dall'area confinante mantovana [...], troveranno pronta accoglienza presso alcune associazioni locali come la Società dei reduci [...] o come la stessa dei liberi pensatori, senza dubbio non estranee alla  logica dell'anticlericalismo esasperato da cui era scaturita, in seguito ad una provocazione dei membri di un  preesistente Circolo democratico, la Rivolta del Corpus Domini nel giugno del 1867». Una descrizione, quella del Franzina, che – per le caratteristiche, i nomi e il comportamento delle Società e dei Circoli nominati, per le influenze mantovane, per la difficoltà di trovare un rapporto tra città e campagna ed infine per le condizioni di assoluta inferiorità nei confronti del partito moderato – bene si attaglia anche a una zona molto più ristretta quale il legnaghese.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

(3) Il bracciante giornaliero – ma qui forse affrontiamo una questione troppo complessa rispetto ai limiti imposti al presente lavoro – visse a suo modo le crisi politiche dell'Ottocento. Nel 1809, anno dei briganti e mentre il Veneto in generale si sollevava contro i francesi, egli nel Polesine e nel Basso padovano si mise a saccheggiare i palazzi le fattorie e i granai dei ricchi possidenti attuando a suo modo un primitivo socialismo. Nel 1848 e al grido de «E' il popolo che comanda”» pretese una maggiore giustizia sociale giungendo a progettare addirittura la divisione dei campi e dei palazzi perché ognuno potesse godere su questa terra, perché insomma si realizzasse il “comunismo”.
«I principali nostri nemici sono i contadini perché senza il pugno di ferro pianterebbero essi il Comunismo» scrive nel 1867 il possidente polesano N. Biscaccia. E racconta che nel 1866 gli austriaci fecero dei lavori di spianatura attorno a Rovigo in vista della guerra, rattristando non poco i proprietari che vedevano così danneggiate le loro campagne. Ma «i braccianti dicevano: che vadano alla malora con i loro padroni [alludendo alle vigne che tagliavano], che per un grappolo d'uva ci fanno andare in prigione». E per questo gli austriaci ne arrestarono cinque. Il giorno successivo un militare austriaco lodò un giornaliero che lavorava alacremente alla spianata: «”Bravo!” - gli disse - Al che rispose costui: “Noi lavoriamo col cuore contro dei nostri padroni, che ci fanno patire la fame, e carcerare, e se voi mi date 40 soldati io m'impegno entro la giornata di portarvi il cuore di altrettanti dei più ricchi della città'». E naturalmente anche lui venne arrestato. Alla sera, tornando dalla spianata e passando per il centro della città, i  braccianti gridarono in coro «Abbasso quegli alberi», e guardando i padroni seduti al caffè. Per questo, quando  gli Austriaci si allontanarono, molti ricchi lasciarono le loro case per rifugiarsi altrove, «temendo certi terribili movimenti della plebe minacciosa». Insomma, e per concludere, gli anarchici ebbero certamente il grande merito di proporre per  la prima volta al ceto bracciantile un ideale politico o politico rivoluzionario per il quale battersi. Ma tale ideale non sarebbe stato accettato se in qualche modo non avesse già fatto parte integrante della cultura bracciantile. Nel ribellismo violento dei braccianti polesani è infatti perfettamente riconoscibile quel “comunismo” destinato ad assumere dignità di dottrina politica soltanto grazie al programma rivoluzionario del partito anarchico. Neppure le associazioni bracciantili di carattere politico-sindacale e promosse dal partito socialista anarchico nei primi anni Ottanta si possono considerare delle assolute novità. A Castelbaldo infatti, già alla fine degli anni Sessanta 400 braccianti tentarono di dar vita ad una Società di Mutuo Soccorso del tutto esente dal paternalismo tipico delle Società operaie del tempo. A Legnago, come si è visto, nel 1870 si tentò di fondare un società di Mutuo Soccorso tra contadini. A Mantova attorno al 1870 società simili erano già sorte. Ma a Legnago, a Castelbaldo e a Mantova agivano già alla fine degli anni Sessanta i repubblicani estremisti, cioè quelli che di lì a poco sarebbero stati in gran parte i propagandisti del socialismo anarchico. Cfr. per il “comunismo” del  1809 G. Foratti, Cenni storici di Montagnana, Venezia, 1862, pp. 168-69; per quello del 1848 A. Bernardello, La paura del comunismo e dei tumulti popolari a Venezia e nelle province venete nel 1846-49, “Nuova Rivista storica”, 1970. Cfr. anche il  lavoro del Costantini citato nella bibliografia in chiusa del presente lavoro; per la situazione nel 1866 N. Biscaccia, Cronaca di Rovigo, 1866, Rovigo, 1867; per l'associazione castelbaldese, cfr. T. Merlin, Il paese dei cacciatori di talpe, “Terra d'Este”, 14/1997. 

(4) Questa la situazione nella Bassa e in particolare a Solesino, mentre Scarmagnan parlava di socialismo: «Basterebbe fare appello ai tristi ricordi dell'inverno e della primavera dell'anno 1880 [...] i braccianti obbligati, benchè [...] piccoli fittavoli (chiusuranti) precipitarono in condizioni di straziante indigenza; i braccianti avventizi si adunarono a torme davanti ai municipi e la fame fu cagione di sommosse; da alcuni comuni si sviluppò una maggiore emigrazione temporanea per l'Ungheria e la Germania, fonte di aiuti e di patimenti a un tempo. A Solesino [...] – comune ben noto pel grosso contingente di processati e  giustiziati che fornì alla Commissione stataria di Este, [... e pel quale] è corso il proverbio che vi si seminano fagioli e nascono ladri – regna la fame”». Cfr. E. Morpurgo, Le condizioni dei contadini nel Veneto, in Atti della Giunta per l'inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, Roma, 1882. 

(5) Una prova generale dello sciopero in realtà s'era già avuta due mesi prima in località Mazzorno, dove alcuni braccianti si rifiutarono di tagliare il fieno nella tenuta del conte Papadopoli perché la paga offerta era troppo esigua.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

(6) Il sindaco di Stanghella Placido Centanin, fratello di Domenico, nel 1880 affronta il problema del bracciantato avventizio dando, paradossalmente, abbastanza ragione agli anarchici: «Il proletario è la piaga di parte di questi comuni. La mancanza di lavori pubblici di terra lo riduce inerte gran parte della stagione invernale; ne consegue che non essendogli sufficiente pel proprio mantenimento quanto si procaccia nell'estate, passa gran parte dell'anno fra stenti e debiti [...] si  concilierebbe l'interesse del proprietario e il  miglioramento della conduzione del miserabile, dividendo le vaste locazioni in piccole affittanze. E si avrebbe un argine a tanta iattura; più esempi potrei citare nei comuni di Solesino e Pozzonovo, di famiglie che hanno in affitto pochi ettari di terreno [...] le quali vivono senza stentare il necessario. E' ammirabile con quanto amore coltivano il piccolo podere, perché sanno che da questo ricavano il pricipale sostentamento, pagando pure un oneroso fitto; affitto che il proprietario interamente non ricaverebbe se tutti questi piccoli corpi di terreno fossero raccolti in uno solo. Da un tale sistema deriverebbe una maggiore rendita al proprietario, un miglioramento dell'agricoltura, e sarebbe provveduto a tante famiglie. E' ben vero che in parte scomparirebbe quel ceto di persone che oggi sono agiate per la conduzione di una grande estensione di terreno, ma altrettanto sarebbe tolta la  miseria di tante famiglie»: in E. Morpurgo, Le condizioni..., cit., p. 64.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

(7) La festa era per l'inaugurazione della ferrovia Legnago-Monselice (12 maggio), e vi fu un banchetto per oltre 1.000 persone ed intervennero le bande musicali di Este, Montagnana e Cavarzere.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

(8) Cfr. A. Scolari, Letteratura minima. Gioventù milleottocentoquaranta, “Vita veronese”, anno IV, n.9, settembre 1951 e il libro citato del Bozzini.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

(9) Per i testi delle poesie si rimanda alla seconda parte di questo saggio, che comparirà nel prossimo numero di “materiali di storia”.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

(10) Al processo contro i socialisti intervengono come testimoni tutte le persone più rappresentative dei paesi, tranne stranamente i preti la cui posizione – strumentalmente equidistante, ma in sostanza tutta tesa a rivendicare il ruolo egemone della chiesa nella società tradizionale delle campagne – è così tratteggiata dal settimanale cattolico “La difesa”: «Chi semina vento raccoglie tempesta [...] Lasciate che i demagoghi predichino pubblicamente ai contadini, alla plebe, più o meno apertamente il socialismo [...] Lasciate che i fogli e stampati sovversivi circolino per ogni dove [...] Lasciate che nelle scuole s'insinui nella gioventù il veleno delle più perverse dottrine. Lasciate che si tolga dagli animi rozzi dei proletari ogni principio di religione, ogni idea di vita futura, che si dica loro che bisogna godere a questo mondo il più che si può [...] Lasciate fare e dire tutto questo, e poi mi saprete dire se non sia da maravigliarsi che nasca quello che nasce adesso, o non sia piuttosto da stupire che non sia succeduto ben prima quello che ora succede. Ecco cosa vuol dire una società senza Dio”.  Occorre dunque, e proprio per evitare ulteriori disastri, che la borghesia abbandoni  il suo distruttivo anticlericalismo riconoscendo alla Chiesa la sua fondamentale e tradizionale funzione di salvaguardia dell'ordine sociale costituito. Nel contempo però, sempre in nome del paternalismo cattolico, proprietari e fittavoli devono garantire condizioni di vita migliori ai dipendenti: “In Polesine sussistono ancora i servi della gleba e sono quei cosiddetti obbligati che per una meschinissima paga, male alloggiati e peggio nutriti, devono sempre tenersi a disposizione del padrone [...] e' una necessità questo vecchio sistema che vige ancora, [...] ma non è punto una necessità il duro trattamento che i più ricevono in forza di questa loro condizione [...] Il Polesine è un paese ricco ed i fitti sono meschini in proporzione alle  grandi rendite che danno i fondi; tanto che affittaioli arricchirono e moltissimi di essi divennero proprietari delle terre che [...] facevano  lavorare dai miseri operai”. 

(11) Scrive acutamente Masini sulla questione: «I poeti ribelli [di estrazione borghese] non sono degli opportunisti che adoprano il proletariato come un ariete per aprire una breccia nelle mura della classe dominante, allo scopo di penetrarvi e accasarvisi. Il problema è più complesso. Fra la condizione umana degli intellettuali spostati o ribelli del secolo scorso e la condizione umana dei lavoratori esisteva un collegamento reale, una solidarietà di stati sociali, conseguenti ad un tipo di società che oggi diremmo repressiva e alienante e che allora si diceva semplicemente squilibrata e ingiusta [...] Giovinezza senza prospettive e spesso senza un pane sicuro e dignitoso, scuole e collegi somiglianti a prigioni [...] ambienti di provincia chiusi e retrivi, lavori spesso mortificanti [...]: ecco la base materiale della protesta e della rivolta». Il ragionamento, che calza perfettamente se riferito a un “borghese spostato” come Monticelli, rimane valido anche per lo Scarmagnan che sostanzialmente appartiene, o cerca di appartenere, al ceto sociale del poeta monselicense. Un rapporto non strumentale dunque lega il borghese spostato al proletariato; ma il rapporto rimane pur sempre complesso e ricco di equivoci che ho cercato brevemente di chiarire.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

da "materiali di storia", n. 14/1999
 
 

poesie anarchiche

vita ed opere del
fornaio rivoluzionario Luigi Scarmagnan

- prima parte -

di Tiziano Merlin
 
 

I

LA VITA E L'OPERA




1. Nelle valli veronesi, a Venezia e a Solesino

Luigi Scarmagnan detto Rodella nacque nel 1845 a Sant'Anna dei boschi, a quattro chilometri da Legnago, da una famiglia di fornai: fornai erano il padre Giovanni e lo zio Costante, fornai i numerosi fratelli e cugini.
Frequentò poco le scuole, anche se riesce difficile credergli quando scrive che «tecnica non feci neppur ginnasiale, ma solamente un anno al Comunale»; sicuramente ebbe una qualche conoscenza dei poeti più conosciuti del suo tempo e lesse, come lui stesso confessa, alcuni buoni libri. Seppe crearsi insomma – cosa abbastanza frequente tra gli artigiani dell'epoca – una cultura da autodidatta utilizzando i giornali popolari, le biblioteche circolanti, i libretti di commedie portate sulla scena dalle filodrammatiche di paese, i fogli volanti che attori-poeti girovaghi vendevano nelle fiere e nei mercati. 
Legnago e Montagnana – a differenza di Este impregnata di cultura cattolica, austriacante, temporalista ed antiliberale – espressero al massimo grado una cultura risorgimentale, fatta di patriottismo ed anticlericalismo, che in Mazzini e Garibaldi riconosceva i suoi massimi eroi. Da queste terre partirono numerosi i figli della borghesia illuminata, per combattere nelle 'patrie battaglie'; e partirono anche artigiani ed operai desiderosi di indossare la mitica camicia rossa. Racconta in proposito il Bozzini – nel suo libro “L'Arciprete e il cavaliere” – che «il triangolo massonico delle Basse» costituito da Cerea, Legnago e Montagnana rappresentò attorno al 1850 il centro di irradiazione dello spirito anticlericale ed antiaustriaco. Scrive C. Boscagin, nella sua “Storia di Legnago”, che «negli anni 1858, 1859, 1860, 1861 uscirono da Legnago e combatterono nelle file dell'esercito piemontese o nelle brigate garibaldine un centinaio di legnaghesi [...] del centro [...] delle frazioni e del distretto che rappresentavano un po' tutte le classi sociali»; nel 1866 partirono in 60; nel 1864 il futuro avvocato Antonio Siliotto e Benedetto Zardin parteciparono ai falliti moti mazziniano-garibaldini del Friuli diretti dal dott. Antonio Andreuzzi. Narra infine il Costantini, in una sua recente ricerca su Montagnana, che gli esponenti dei comitati segreti che agirono in chiave antiaustriaca negli anni precedenti il '66 appartenevano quasi tutti a famiglie importanti: «Molti di loro hanno figli o nipoti in esilio, alcuni ricoprono cariche amministrative, in qualche caso sono legati reciprocamente da parentela».
La prudenza non impedisce alle nuove idee di circolare nelle piazze e nei caffè, di entrare negli uffici pubblici e nelle osterie, nelle botteghe degli artigiani e dei commercianti. Così, quando nel '62 l'imperatore Francesco Giuseppe passò per Montagnana, venne  accolto dalle urla e dai fischi di un'intera popolazione. Solo nella vicina Urbana fu accolto  bene; ma Urbana si trova in campagna, dove vive un ceto contadino da sempre ossequiente alle direttive di un Clero austriacante ed antiliberale, accesamente contrario ad ogni innovazione di carattere culturale e politico. Nel 1866, come effetto del clima generale fortemente avverso agli  austriaci, almeno una cinquantina di giovani di tutti i ceti sociali passò il confine per arruolarsi nell'esercito italiano o fra i garibaldini. 
Tra il 23 e il 25 aprile del 1866 Luigi, che già aveva fatto in parte il servizio militare sotto gli  austriaci ammalandosi in terra lontana, probabilmente viene ancora una volta richiamato.
La guerra sta per scoppiare ed egli decide, con altri 59 giovani del legnaghese, di passare clandestinamente il confine italo-austriaco per arruolarsi come volontario sotto la bandiera tricolore. “L'alt'animo che in petto il ciel m'ha chiuso / per la mia patria, abbandonato e solo / me ne fuggì – per dirla coi suoi versi – lasciando il natìo loco / per difendere anch'io l'italo dritto”. Partecipa alla sfortunata battaglia di Custoza del  24 giugno, nella quale gli italiani subirono una tremenda sconfitta e si contarono 8.000 morti lasciati marcire al sole nei giorni seguenti assieme a carcasse di muli e di cavalli; quindi torna in ottobre al suo paese, diventato oramai territorio italiano. Ma ritorna triste, come ricorda in una sua poesia del 1868:

Ti ricordi mia mamma allor ch’io venni
reduce di Custoza e senza merto?...
Esultavi di gioia ed io tacea:..
Povera mamma!!! Tu operavi, è vero,
che 'l tuo figliol riedesse almen felice;
ma ad ogni dì il vedevi più severo,
ogni giorno il vedevi più infelice”.

Ed è una tristezza destinata ad acuirsi a mano a mano che si fanno palesi gli esiti moderati delle lotte risorgimentali. I mazziniani e i garibaldini avevano infatti combattuto per un'Italia nuova e diversa, per uno stato repubblicano e socialmente più giusto. Ma dopo l'annessione, nei municipi ancora siedevano ai posti di comando i soliti  maggiorenti; e dai pulpiti i preti continuavano a dirigere la vita nelle campagne; e le tasse gravavano ancora, in modo ancora più iniquo, sulle spalle esauste della povera gente. Si legge, ad esempio, ne “La Fenice”, il foglio accesamente repubblicano di Legnago e quindi ben conosciuto allo Scarmagnan, già nel numero del 2 febbraio 1867: «Sbollito l'entusiasmo [per l'annessione del Veneto all'Italia] che fece vociare tanti evviva, il popolo trovandosi a tavola con la miseria e colla fame ricorse al Municipio per avere lavoro [...] poiché lo stato non aveva lavoro da offrire [...], i terrazzani [...], aggiogate ad un carro due vacche che in magrezza non reggevano al confronto con quelle d'Egitto, con badili e forche in spalla andarono in  giro da chi teneva il granaio fornito e [...]  vollero un'offerta volontaria qua d'uno stajo, là di due, insino a che  trovarono quel tanto che credettero bastevole a scamparli dal morir di fame». L'attruppamento, avvenuto ad Albaredo e conclusosi con l'inevitabile arresto di alcuni dimostranti, offre quindi al giornale lo spunto per denunciare, il 6 di febbraio, la gravità della situazione politica e sociale venutasi e creare; e di offrire, nel contempo, una ipotesi di soluzione in linea coi principi fortemente progressisti propugnati. 
«Mancando il lavoro, e quindi l'onesto guadagno, con che è che il padre deve nutrire la moglie e i figli? Tali fatti [cioè l'attruppamento] purtroppo sono deplorabilissimi, ma di chi la colpa? [...] di chi la responsabilità?». Della borghesia naturalmente, e del governo da essa egemonizzato che non vuole capire che «ai poveri devesi lavoro, lavoro, lavoro».
Così nel '68, addirittura quattro anni prima che nascesse il partito anarchico, molto “anarchicamente” il repubblicano Scarmagnan definiva «tempi di miseria e fame» quelli che viveva. E sempre “anarchicamente” scriveva nel 1870:

Le sventure dell'uom ogni momento
canto e la fame.
Le miserie di questi campagnoli
io veggo ogni momento e li compiango –
miseramente veggo i lor figlioli
nuotar nel fango.
Piangi mia Patria l'inegual fortuna
de' tuoi figli per dio! cui son fratelli
piangi Italia la classe che digiuna
di poverelli.

Ritornava su queste considerazioni una decina di anni dopo, con una minuta di articolo per il foglio anarchico “L'Intransigente”: «Si combatteva per l'unificazione della patria, per la nostra redenzione – ma ci siamo ingannati! – [... Ora assistiamo solo a] mistificazioni, soprusi, inganni! E la legge [... è] fatta solamente per coloro che la fanno [...]; il lavoratore [è] male retribuito». Nella poesia XXV Scarmagnan si scaglia contro la «guerra esecrata» – voluta dalla borghesia per sete di guadagno – che reca solo «pestilenza, rovina e fame» al popolo ingannato dalla retorica patriottica; e predice imminente l'unica guerra giusta, vale a dire la rivoluzione sociale. Nella poesia XXVI egli evidenzia come nulla sia cambiato nelle condizioni di vita della povera gente veneta dopo l'annessione.La stessa cocente delusione esprimeva il pozzonovano Martino Monticelli, il primo anarchico della Bassa padovana molto amico di Scarmagnan, in una lettera indirizzata ad Andrea Costa nell'estate del 1885: «Povera Italia e poveri italiani. Valeva la pena che anche il mio sfortunato padre sacrificasse la vita a Piove di Sacco [nel 1849], che io corressi tante volte pericolo di perderla strisciando sull'erba come il rettile per nascondersi dalle sentinelle croate nei posti avanzati di Brondolo per cooperare alla liberazione dallo straniero? Bella ricompensa in fatti io ebbi da questa Italia libera ed una! ».Come operaio prestinaio, o più probabilmente come conduttore di un forno, Scarmagnan lascia il luogo natìo per spostarsi prima a San Zenone di Minerbe e poi a Bevilacqua, entrambi paesi del legnaghese nei quali vive tra il 1868 ed almeno il 1871. Quindi si porta a Venezia con suo fratello Bortolo, dove entra in contatto con Emilio Castellani, fondatore, nel 1872, del locale circolo repubblicano-anarchico. Ritorna a Bevilacqua nel 1878 e poco dopo si trasferisce a Solesino, dove prende in affitto un forno e dove rimane fino all'autunno del 1884. Suo fratello Bortolo, tornato anche lui nelle Basse, tra il 1878 e l'84 conduce in affitto un forno a Monselice. (1)
 

2. Il contesto storico. Legnago 1866-1872. Venezia  1872-1878.

Il passaggio dall'iniziale posizione mazziniano-garibaldina del resto mai ripudiata a quella socialista anarchica, si comprende forse meglio analizzando da vicino il clima politico vissuto da Scarmagnan tra il 1866 e il 1872, cioè nei sei anni precedenti il suo trasferimento a Venezia; e tra il 1872 e il 1878 nella città lagunare.
Nel distretto di Legnago, dove lo smantellamento delle caserme austriache determinò subito grossi problemi di ordine economico, i liberali radicali e moderati decisero all'inizio di fare causa comune contro i locali austriacanti, ponendo in secondo piano le loro differenze di ordine politico e sociale.
A Cerea – ma una cosa simile accadde anche nella città di Montagnana studiata dal Costantini – è nominato sindaco l'agiato borghese Giuseppe Morgante che, in nome dell'anticlericalismo, attrae nella sua “banda” anche elementi decisamente garibaldini e appartenenti al ceto artigianale.
Racconta il Bozzini, citando a sua volta una relazione del tempo, che nel maggio del 1867 «il figlio di Costante Scarmagnan detto Chignara lavorante di forni di pane» assieme ad altri patrioti in parte di estrazione borghese e in parte di estrazione artigianale e appartenenti alla «banda Morgante con scale, fanali accesi, lamine di latta traforate a parole, pennelli, colore e quanto occorre per segnare a stampa sul muro, percorreva con tutta solennità il paese di Cerea a segnarvi sulla parete [...] parole e segni ingiuriosi, a sfregio e disonore degli  abitanti» clericali  ed  austriacanti. Molto probabilmente il comportamento di Luigi Scarmagnan non era diverso da quello del suo cugino di Cerea, dato che anche i liberali legnaghesi di destra e di sinistra ritennero di presentarsi uniti alle elezioni aministrative del '67 che videro alla fine un moderato sedersi sulla poltrona sindacale.
Ma l'anticlericalismo, del resto molto più evidente tra i repubblicano-mazziniani piuttosto che tra i moderati, si rivelò immediatamente un collante non sufficiente.
Appena qualche mese dopo le elezioni infatti, il “Circolo democratico” radical-mazziniano legnaghese decise di passare all'opposizione non riconoscendosi nella politica del sindaco giudicata troppo accondi-scendente nei confronti del clero e scarsamente sensibile ai bisogni della gente.
Fondò quindi, «per tenere fusi quelli che avevano combattuto per l'unità d'Italia», la “Società dei reduci delle patrie battaglie” che ebbe per molti anni presidente Antonio Siliotto”; e fondò ancora – tra le prime in tutto il Veneto a non avere connotati paternalistici – la “Società di Mutuo Soccorso” aperta ad entrambi i sessi che, in cambio di un tenue contributo mensile, garantiva a tutti gli iscritti un aiuto finanziario in caso di bisogno e il funerale gratis.
Tra il '67 e il '68 le lotte acerrime tra le due fazioni liberali sembrano ancora circoscritte al tema dell'anticlericalismo. Nel '67 le due società emanazione del “Circolo democratico” proposero al Consiglio Comunale «di abolire l'insegnamento religioso nelle scuole e di impedire alla giunta di partecipare alle celebrazioni religiose in occasione di particolari celebrazioni patriottiche»; trasferirono nel cimitero di Legnago la salma di Domenico Frattini impiccato dagli austriaci a Belfiore nel 1853; vollero che alle antiche strade fosse posto il nome di eroi risorgimentali; raccolsero fondi per la spedizione garibaldina conclusasi con la sfortunata battaglia di Mentana. Ma negli anni immediatamente successivi e pur permanendo l'acceso anticlericalismo (nel '69 sindaco e giunta furono costretti alle dimissioni da una folla inviperita perché avevano rifiutato di inserire, in un documento accompagnatorio di fondi per le famiglie dei patrioti romani Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, la frase «Monti e Tognetti decapitati a Roma dal carnefice Papa Re»), l'opposizione si colora sempre più di venature sociali mano a mano che si fa manifesta la spontanea reazione popolare al nuovo e ben poco soddisfacente stato di cose. Nello stesso anno, infatti, si ebbero tumulti e sommosse in tutto il distretto a causa della tassa sul macinato gravante sulla parte più povera della popolazione; e 300 braccianti si raccolsero minacciosi davanti al municipio pretendendo sovvenzioni e qualche “giornata” di lavoro. Di questi problemi, come s'è visto, troviamo un'eco importante sia nei primi numeri de “La Fenice” – «Il macinato è l'occasione che fa sorgere la più minacciosa delle questioni, la questione sociale e l'occasione delle inimicizie delle classi non abbienti contro le classi agiate» (27  gennaio  1869) – che nelle prime poesie del nostro fornaio. (2)
Emanazione del locale Circolo democratico è il trisettimanale politico popolare “La Fenice”, uscito tra il 1867 e il 1872 e sequestrato almeno un centinaio di volte dall'occhiuta censura italiana. In esso ritroviamo il patriottismo antimoderato e la sensibilità per la problematica sociale – oltre alla delusione per gli esiti dell'annessione – che stanno alla base sia del passaggio ad una forma di opposizione intransigente a livello comunale, sia della fondazione delle due citate società.
Delusione ad esempio esprime questa drammatica descrizione di Legnago del 20 luglio 1870:

Il paese è diviso in due sole classi sociali, in quella dei proprietari ed in quella dei proletari comprendendo sotto di questa tutti quei giornalieri che vivono alla mercé della propria fatica [...]. Un dì a Legnago fioriva il mercato, il quale da solo dava vita al paese. I grossi fitti pei molti magazzini ripieni di grano [...], lo scalo dell'Adige [...], ciò solamente offriva tale guadagno a locandieri, trattori, osti, caffettieri, stallazzieri, da porre in circolo molto denaro; aggiungi una guarnigione numerosa, alloggi ben pagati, lavori pubblici [...] continui. Il rovescio di questa medaglia voltata dopo il 1866, non havvi bisogno di rilevarla. Troppo parlano i fatti, ed il paese sa da sé in quale tristissima condizione esso versi. [...] [Di qui] l'antagonismo acre e sempre crescente fra le due classi”.

Forte sensibilità nei confronti del problema sociale manifesta questa proposta – del 30 luglio 1870 – di fondare una Società di Mutuo Soccorso tra contadini, simile a quelle mantovane organizzate da Francesco Siliprandi e pubblicizzate dal giornale repubblicano “La Favilla” i cui articoli sono spesso riportati da “La Fenice”:

Condannati a lavorare 15 ore al giorno senza riguardo che il sole arda, che il caldo soffochi, che la pioggia anneghi, che il gelo intirizzisca; costretti ad abitare meschinissimi casolari, a mal vestirsi, a peggio cibarsi, a non godere nemmeno la gioia della famiglia, perché i figli se sani e forti devono darli all'esercito [...] I contadini hanno i propri carichi di tasse, ma guai a loro se osano mormorare, pagano il doppio tributo del danaro e del sangue ma non possono discorrere della patria; non possono conoscere i diritti perché il prete predica loro unicamente i doveri della servitù, ed il padrone vuole che facciano siccome esso la pensa; il primo li minaccia dell'inferno, il secondo del licenziamento.

Anche lo sciopero, infatti, è proibito:

Lo sciopero può darsi che non sia ritenuto un delitto dinanzi alle leggi – si legge nel numero del 16 ottobre 1872 –. Ma è vero che se non si punisce lo sciopero in se stesso, lo si punisce in ciò che lo accompagna [...] quasi sempre tutti i dibattimenti fra il salario e il capitale, finiscono colla prigionia degli operai [...] L'operaio non può liberamente discutere del suo salario.

Non è il caso di dilungarsi sull'acceso patriottismo (accuse a destra e a manca di antico austriacantismo, commemorazione dei martiri del Risorgimento con discorsi inaugurazioni di bandiere e scoprimento di lapidi, continue citazioni degli scritti di Garibaldi e  Mazzini) e sull'altrettanto acceso anticlericalismo (cronache giudiziarie aventi immancabilmente per protagonisti preti ladri, strupratori e sodomiti; gesta esecrande di santi e papi nei secoli passati; austriacantismo dei preti locali) che pure caratterizzano non poco la cultura di Scarmagnan.
Più interessante invece è soffermarci sulla propaganda rivoluzionaria che il giornale porta avanti a dispetto dei continui sequestri tra il 1867 e il 1870 e soprattutto più tardi con la sconfitta dei comunardi.
Nel numero del 19 agosto del 1868 “si invoca” la rivoluzione che si considera “prossima” e che spazzerà via tutti i troni europei. «I moti rivoluzionari [sono] prossimi a scoppiare» e  la popolazione deve «tenersi pronta ad afferrare la prima occasione oggi, o fra sei mesi».
La “rivoluzione” ritenuta “necessaria ed inevitabile [...] e che deve essere sociale” – si veda il numero del 14 agosto 1869 – è considerata addirittura in arrivo il 20 di novembre: «Illustrissimo signore – rivolgendosi al funzionario sequestratore del giornale – il dies irae viene per tutti. Ricordatevi che siamo alla vigilia». Il 26 febbraio del 1870 si scrive «che la Rivoluzione pende minacciosa nell'Europa monarchica. E' nella mente di tutti che non è lontana l'ora in cui scoppierà [...]. L'Europa farà la rivoluzione in senso repubblicano».Che cosa si intenda per rivoluzione “sociale” e “in senso repubblicano” ce  lo spiega un articolo del 12 agosto 1871:

L'Europa monarchica sarà percorsa da una terribile rivoluzione per la miseria sociale. La miseria oggi si organizza, si arma e va tentando qua e là le prime prove. Quali sono le prime grida? Queste grida si risolvono in una sola parola: socialismo.

Il socialismo, tuttavia, si distingue dal comunismo fautore del collettivismo, perché non rifiuta la proprietà privata che considera invece legittima se “basata sul lavoro”: 

La società è una scala, ogni gradino porta un ordine di persone, ed ogni persona può con l'ingegno e con l'operosità sollevarsi sempre più ma tutti hanno poi diritto di vivere lungo questa strada, né possono né devono tollerare che chi sta nell'alto si rigonfi respirando il sangue degli uccisi di sotto.

Si tratta dunque di un mazzinianesimo sociale da attuarsi attraverso un'azione rivoluzionaria. E, appunto per reprimere un moto repubblicano considerato probabile nella cittadina durante i mesi “caldi” della fucilazione del soldato repubblicano Pietro Barsanti a Milano, l'autorità statale decise nel 1870 di rafforzare notevolmente il presidio militare della fortezza.Gli eventi di Parigi provocano l'entusiasmo, la commozione e la solidarietà del giornale legnaghese che Nello Rosselli – certo esagerando, dato che continua la pregiudiziale anticollettivista – finisce per considerare uno dei tanti fogli democratici di provincia passati nella fila dell'Internazionale.
«Nella società esistevano solo forza bruta e servitù codarda – scrive “La Fenice” il 29 luglio 1870 –; [per questo] alcuni uomini pensarono ad una società in cui equilibrare gli estremi. E così si riunirono nell'Internazionale». «La rivoluzione vincerà errori e resistenze – si legge nel numero del 12 agosto 1871 –, per questo il socialismo è oggi alla vigilia di dare grande battaglia. Le caste privilegiate tremano dinanzi alle leggere avvisaglie date da Parigi [...].Una grande Rivoluzione sociale è adunque presto o tardi inevitabile da parte del proletariato». «Governanti attenti – si avverte il 9 settembre 1871 – perché la rivoluzione si avanza. Impedirla è impossibile, arrestarla è follia».
E quando, dopo la sconfitta, viene la feroce repressione, scrive accorata ma non doma “La Fenice”, il 16 settembre 1871: «Che è la giustizia? La forza di chi comanda [...] I giudici oggi condannano i comunisti perché comanda la Repubblica nera di Versailles [...] noi ci chiniamo riverenti dinanzi alle fosse dei condannati; adoriamo i patiboli dei condannati perché altari di rivoluzione; e numeriamo le teste dei giudici per darle in gioco ai cani quando brilli il giorno non lontano della giustizia del popolo».
La differenza tra repubblicani ed anarchici dunque quasi si annulla negli ultimi numeri del giornale, se non altro a livello emotivo e nel senso che dei comunardi si evidenziano solo gli ideali comuni; ciò appare del resto confermato dai numerosi articoli ripresi da una “Favilla” oramai apertamente schierata in senso internazionalista. Si tratta in ogni caso di una evoluzione dottrinaria non ancora chiarissima nei suoi risultati, che tuttavia non sfugge agli stessi redattori i quali, nel  mentre si considerano ancora mazziniani, si dichiarano – si veda il numero del 15 giugno 1872 – «dissidenti da Mazzini nelle idee religiose, perché non cred[ono] [...] in alcuna intelligenza soprannaturale; dissidenti dalla sua dottrina dell'unità [...] perché fermamente cred[ono] [...] che la natura e il progresso portino al federalismo».
Il “quasi anarchismo” del giornale coincide pienamente con le idee del primo Scarmagnan: riconosciamo l'anticlericalismo, l'amor patrio, il mito per Garibaldi e Mazzini, l'avversione per la borghesia che sfrutta il popolo, la propensione rivoluzionaria. Riconosciamo inoltre quell'atteggiamento alquanto elitario nei confronti di una plebe miserabile certo, ma considerata ancora incapace di capire fino in fondo quali sono i suoi diritti e quindi bisognosa di una guida “intelligente” per conquistarli.
Il  giornale sembra diretto esclusivamente ai borghesi dato lo stile piuttosto ricercato; e i concetti, espressi in modo contorto e involuto forse per evitare la censura, difficilmente potevano essere compresi da un popolano, anche se sveglio come Scarmagnan. E tuttavia le idee de “La Fenice” venivano ampiamente discusse nei caffè della piazza dove avevano paradossalmente più successo proprio gli articoli sequestrati che venivano letti utilizzando qualche numero sfuggito alla polizia. Nella raccolta del museo legnaghese, infatti, accanto all'edizione purgata col foglio bianco, troviamo quasi sempre anche quella integrale.
“La Fenice” inoltre, seguendo le indicazioni di Mazzini che predicava l'educazione del popolo, pubblicava con scadenza periodica dei fogli che presentavano in forma accessibile  le idee del Circolo democratico. Il Circolo democratico poi – tramite conferenze, commemorazioni, pranzi sociali, assemblee periodiche e coi fogli sopra citati che venivano distribuiti gratuitamente agli operai – faceva propaganda all'interno della Società operaia e di quella patriottica.
A queste società, data la duplice qualifica di operaio e di reduce, era sicuramente iscritto anche il nostro Scarmagnan.
Il “quasi anarchismo” usciva quindi dalle ristrette congreghe borghesi e, lasciati i caffè, si aggirava per strade e osterie distillando il messaggio fino a trasformarlo in una semplice quanto efficace parola d'ordine: «Rivoluzione contro i preti e i signori».
Fu questa parola d'ordine – e il tumulto repubblicano per Monti e Tognetti più che gli altisonanti e involuti articoli de “La Fenice” – a impensierire il prefetto di Verona fino a fargli decidere il rafforzamento della presenza militare in città.
Con questa cultura Luigi e Bortolo si trasferirono a Venezia dove si “incontrarono” naturalmente con “La veneta democrazia” – il giornale democratico repubblicano che, come “La Fenice”, appoggiava tra il '71 e il '72 le rivendicazioni operaie e il diritto di sciopero – e col suo redattore responsabile Emilio Castellani. Questi, con Pietro Magri e Tito Zanardelli, fondò nell'agosto del 1872 la sezione veneziana dell'Internazionale destinata ad avere uno scarso successo tra gli operai e tra i giovani dalle idee avanzate ancora influenzati dalle forze democratiche repubblicane rette dal Mario e dal Tivaroni. Ma la sezione era comunque nata: e negli anni seguenti la propaganda continuò pur tra mille difficoltà, i giornali anarchici provenienti da altri luoghi italiani venivano in qualche modo fatti circolare, alcuni operai – tra cui gli Scarmagnan – aderirono infine all'anarchia.
 

3. Origine e sviluppo del partito socialista anarchico. La crisi agraria e le condizioni dei braccianti. Scarmagnan sacerdote di un nuovo credo.

Chi s'era battuto contro gli Austriaci in nome degli ideali di Pisacane, Mazzini e Garibaldi, visse come un tradimento gli esiti del Risorgimento e sognò di conseguenza un cambiamento repentino, una rivoluzione cruenta alla fine della quale sarebbe uscita una diversa Italia, repubblicana e più sensibile alle istanze delle classi diseredate. I repubblicani estremisti, sentendosi alternativi alla Destra e alla Sinistra storica e tutti appartenenti al ceto urbano – piccoli artigiani e commercianti impoveriti, qualche maestro e agente privato in difficoltà finanziarie, giovani studenti figli di artigiani e commercianti desiderosi di opporsi alla cultura dominante –, dettero vita a dei circoli cultural-politici tra loro collegati e strettamente controllati dall'occhiuta polizia italiana. Nel basso Veneto tre sono i gruppi più importanti: quello di Adria retto dal garibaldino Pietro Belloni, che aveva combattuto a Mentana e poi a Digione con Ricciotti, e dall'impiegato Francesco Ortore; quello di Badia Polesine guidato dai due fratelli mediatori di granaglie Guglielmo e Vittorio Panzacchi e dai due fratelli Eugenio e Luigi Doralice di professione rispettivamente barbiere e oste, che aveva una importante diramazione a Castelbaldo dove agivano l'oste Giuseppe Doralice e l'impiegato Bernardino Mazzaggio; quello di Este-Monselice col giornalista drammaturgo estense Uriele Cavagnari e il già citato agente privato pozzonovano Martino Monticelli.
Elementi di questi gruppi assieme a qualche repubblicano isolato di Rovigo e di Legnago partecipano al tentativo rivoluzionario di Garibaldi a Villa Ruffo nel 1874, stroncato sul nascere grazie al tempestivo intervento del governo italiano che arrestò i congiurati prima ancora che potessero agire. Dopo la nascita del partito socialista anarchico – a Rimini nel 1872 – questi circoli si avvicinano gradatamente all'anarchia senza tuttavia rompere del tutto i legami col partito repubblicano del quale mantengono la pregiudiziale repubblicana accentuando nel contempo l'aspetto sociale del loro programma.
A Monselice Martino Monticelli aggrega alla sezione i lavoratori delle cave, gli operai locali e molti elementi della microborghesia piazzaiola; lo affiancano nell'opera di proselitismo i figli Antonio e Carlo e il giovane fotografo padovano Eraclito Sovrano, marito di sua figlia Maria. Nel 1883, essendo Carlo Monticelli da tre anni esule in Francia per sfuggire alle persecuzioni della polizia italiana, la sezione passa di fatto nelle mani del ventenne Sovrano e del più anziano Scarmagnan trasferitosi intanto a Solesino. Da Pozzonovo danno un contributo importante il falegname-muratore Basilio Miazzo detto Munaro e il mediatore nonchè piccolo coltivatore della Stortola Matteo Salmistraro detto Traversina, entrambi nati nei primi anni Cinquanta.
A Badia polesine il circolo repubblicano-anarchico “Spartaco” viene diretto per un triennio, tra il 1880 e il 1883, da Emilio Castellani diventato il capo anarchico più autorevole dell'Italia settentrionale, e qui trasferitosi nel 1878 da Venezia per motivi di lavoro. A Venezia tornerà nel 1883 perché licenziato dal suo datore di lavoro costretto a cedere alle insistenze della polizia locale decisa a sbarazzarsi comunque dell'ingombrante anarchico.
Merita un cenno anche l'“Unione socialista anarchica” di Legnago, sorta nell'84 ed affiliatasi l'anno seguente a “L'Intransigente” di Castellani. Tale gruppo, formato da Italo Toninetti, Eugenio Bosetto, Aurelio Soave e il castelbaldese Vincenzo Ferazzin – e che si adunava, probabilmente, nel locale Caffè Ongaro – aveva fatto alcuni proseliti anche nelle frazioni di San vito, San Pietro e Caneve; esso inoltre aveva contatti col “Circolo repubblicano della gioventù” di Verona.
Intanto la crisi agraria che attanaglia da almeno un decennio l'Italia tende ad aggravarsi agli inizi degli anni Ottanta, per i cattivi raccolti, per l'inondazione dell'Adige dell'82, per le troppe tasse imposte dal governo. Gli agrari scaricano allora le difficoltà sull'anello più debole della società rurale, vale a dire sui braccianti, riducendo drasticamente i lavori, aumentando di conseguenza la disoccupazione e abbassando di molto i già scarsi salari. Nel 1883-84 il bracciante riceveva 35 centesimi alla giornata d'inverno, e 50 centesimi all'estate. Nel 1885 l'agrario di Anguillara Roberto Talpo pagava i suoi lavoratori con lire 1,57 la settimana e chilogrammi 8,5 di frumentone. Domenico Centanin ai numerosi braccianti che si portavano al suo palazzo di Stanghella per chiedere qualche giornata rispondeva che non c'erano lavori, ma che era disposto ad assumerli lo stesso per 25 centesimi alla giornata. Il pane a quei tempi, tanto per farsi un'idea della miseria imperante, costava 35 centesimi al chilo se nero, 54 centesimi se bianco; la carne lire 1,70 al chilogrammo.
I braccianti, quindi, soffrivano la fame anche quando avevano un lavoro; ma per la gran parte di essi il lavoro mancava.
La situazione insostenibile li spinge così a recarsi sempre più frequentemente davanti ai palazzi padronali e davanti ai municipi per chiedere qualche giornata, un prestito o un sussidio; si impreca contro il governo, i notabili e i possidenti locali; si vive sulla propria pelle la profonda ingiustizia sociale.
Al bracciante, scriveva già nel 1879 il pretore di Montagnana Giuseppe Maddalozzo nella sua monografia sull'agricoltura della bassa padovana occidentale,

il nome d'Italia suona imposte, leva, prepotenza delle classi agiate; dal giorno che di questo nome ha sentito parlare, vede per ogni verso peggiorata la sua sorte; nella classe che sta sopra egli ravvisa gente che abusa dei propri mezzi per opprimerlo e per costringerlo a dare il suo lavoro a sempre minor prezzo. L'esattore e il carabiniere sono i soli propagatori della religione di patria. È colla bolletta d'esazione, con la munizione, con la libertà dell'usura, con la disuguaglianza politica e colla disuguaglianza di fatto dinanzi alla giustizia che gli s’insegna essere l'Italia la gran madre comune. (3)

E a proposito della zona adriese in cui lo sciopero bracciantile del 1884 ebbe inizio, Giovanni Bacci, direttore del giornale ferrarese “La Rivista”, annotava:

Un giorno quei terreni erano paludi: molta pesca, qualche canneto, rari campi. Il valligiano vi passava bene i suoi dì: i pesci di quelle valli erano suoi, suoi i raccolti dei campi. La terra apparteneva alla comunità: era il secolo d'oro [...] venne il 1852. I terreni furono bonificati: la proprietà divenne grande, il vagantivo diminuiva spaventosamente. Ma il valligiano spossessato, non sentì subito la gran perdita. I prati erano coltivati dalla mano dell'uomo, che percepiva sui raccolti il buon terzo, cioè 6 ogni 10. E stava bene. Comparvero poscia i bovi; con essi diminuì la mano d'opera, e l'antico valligiano fu retribuito col terzo; vale a dire 3 su 10. Era poco, ma viveva. Ed ecco arrivare le macchine, ecco la trebbiatrice. Fu un rovescio generale. Non più il buon terzo, non più il terzo, ma semplicemente il parti terzo, cioè 1 e  mezzo ogni 10. I campi raddoppiarono, ventuplicarono i prodotti a tutto beneficio dei padroni. Così la libertà, il progresso, la invenzione delle macchine - applicate con infame ingiustizia - tramutarono i benestanti in servi della gleba [...Ultimamente] il terreno fu seminato a frumento. Così il lavoro è di pochi giorni, neppure d'un mese. Per lo passato la grande coltivazione del frumentone dava lavoro per tre mesi. Era una miseria, minore però dell'attuale. Il malessere andò quindi moltiplicandosi: si capiva che così non poteva durare.

Ed è appunto a questa gente, giunta al massimo grado di esasperazione e quindi disposta a tutto, che gli anarchici decidono di rivolgersi dopo la grande inondazione del 1882: nella convinzione che sia giunto finalmente il momento di tentare la grande rivoluzione.
Fondano così, nella primavera del 1884, il primo giornale anarchico padovano col titolo de “Il pane” il quale si affianca al foglio anarchico veneziano “Barababao”. I due settimanali – venduti da simpatizzanti e da venditori girovaghi in tutto il Veneto e spediti in qualche copia anche in altre regioni – trovano tuttavia la loro principale area di diffusione nel Polesine e nel Basso padovano, cioè nella zona a più alta concentrazione bracciantile. Letti e commentati nelle strade e sulle piazze, distribuiti nelle fiere e nei mercati, spiegati nelle bettole e nelle botteghe artigiane, essi denunciano la gravissima ingiustizia sociale, promettono immediati miglioramenti, predicono imminente la ventata rivoluzionaria destinata a spazzare via dalla faccia della terra l'aborrita borghesia.
Luigi Scarmagnan da Solesino – «paese di commercio, di donne e di  buon vin» – invia ai due fogli parecchi articoli che poi legge e commenta in piazza e nel suo forno. Predica il socialismo e investito del nuovo credo rifiuta di battezzare cristianamente il quarto figlio che gli  è appena nato. Non vuole avere a che fare coi preti che si riempiono la pancia di capponi e sono i propagandisti di una morale iniqua e sorpassata; battezza il bambino nel nome di Garibaldi e di Mazzini, di coloro che hanno combattuto per una Italia diversa; e lo chiama Leonida come il  mitico eroe che seppe infondere nei compagni la capacità di resistere agli avversari. Scrive una  poesia-invettiva contro un certo Isidoro, probabilmente un maggiorente locale, che chiama significativamente Ddisdoro; e ne traccia un preciso ed offensivo ritratto perché tutti, quando i versi saranno recitati all'osteria, lo sappiano riconoscere. Discute di socialismo con l'amico medico condotto dottor Domenico Tassinato che così testimonia al processo: «Conosco Luigi Scarmagnan, sono stato con lui in rapporti di amicizia. Lo credo un buon individuo, onesto, galantuomo. So che si dice socialista, ma tutto il suo socialismo va fino al volere il miglioramento delle classi diseredate».
Inaugura, il 12 aprile del 1884, la “Società di lavoratori prestinai”, di chiara intonazione socialista anarchica. Partecipa a feste operaie, come quella organizzata in paese alla fine di  maggio, in cui – presenti gli esponenti più in vista delle due società operaie monselicensi – «trattò della miseria e della sua triste compagna la pellagra». Spiega alla gente il suo “credo” anarchico alla buona, nell'unico modo del resto che sa fare; e lo fa pubblicare ne “Il pane”:

Scomparizione assoluta dei privilegi. Licenziamento generale delle truppe. Distrutta la distinzione dei gradi – dei titoli – delle  commende – delle croci. L'uomo eguale all'altro uomo – Reciproco rispetto tra committente e lavoratore – gli stessi diritti – la stessa libertà. Compensazione e non penuria di lavoro. Casolari, fabbricati di paglia o canna, stamberghe capanne demolite. Ricostruzione di case onde questo decantatto genere umano possa albergare e abitare un pò meglio. Le leggi? una sola debbe esser la legge e che si debba rispettare, ed è questa: uno per tutti, tutti per uno. Un solo altare di religione, nella propria famiglia – abolito l'ascetismo il clero di ogni culto. La chiesa a disposizione del popolo onde tenere conferenze scientifiche-morali-religiose, le assemblee dei popoli devono eleggere, destituire, rieleggere a seconda delle circostanze e delle condizioni e degli uomini dei quali trovansi alla testa. Abolizione assoluta di polizia pubblica e segreta, dalla quale ora derivano tutti i mali dell'attuale sistema di governo [...]. Non più appaltatori, le imprese e i lavori debbono darsi nelle  mani agli stessi lavoratori. Nelle officine e nei grandi laboratori divisi i guadagni a seconda dei casi e delle circostanze e delle famiglie dei medesimi. Ecco il socialismo. (4)
 

4 - Lo sciopero de La boie e il primo arresto di Scarmagnan. La Boie nelle piazze.

L'analisi dei numeri del “Il pane”, usciti tra il marzo e il luglio del 1884, dimostra senza ombra di dubbio che il grande sciopero de La boie fu accuratamente preparato dagli anarchici che passavano i paesi parlando coi braccianti. Ed è Francesco Ortore, da Adria, a dare l'avvio, promuovendo la prima astensione dal lavoro in occasione della meanda, cioè della mietitura del frumento, a Pezzoli, che è una piccola frazione della cittadina. (5)
Si chiede, per tornare sui campi, il 30% del prodotto come compenso, mentre in Polesine si dava il 12% e in Bassa padovana tra il 7 e il 9% a seconda dei proprietari e degli usi locali. I  braccianti di tutto il Polesine scendono in sciopero, incoraggiati dai circoli anarco-repubblicani di Adria e di Badia i quali invitano i socialisti padovani ad agire come loro convincendo i braccianti della zona ad incrociare le braccia e, in ogni caso, a non prestarsi al crumiraggio. 
Ad una lettera di tale tenore speditagli dai pezzolesi così risponde Scarmagnan attraverso “Il Pane”:

Radunati i capi e alcuni lavoratori agricoli lessi il vostro avviso. Questi bravi lavoratori agricoli accolsero unanimi e con animo esultante di gioia i vostri consigli, le vostre ferree e sante volontà: anzi m'inconbenzarono di dirvi che per parte di cotesti braccianti stiate tranquilli e saldi nei vostri sacrosanti propositi, imperocchè vi accertano non verranno a mietere il frumento nei vostri paesi. Coraggio pezzolesi.

Lo sciopero, iniziato ai primi di giugno, si allarga a macchia d'olio interessando tutto il Polesine e il Basso padovano fino a raggiungere il suo culmine domenica 22 quando a Lendinara si riunirono i repubblicani estremisti e, in un paese imprecisato della Bassa padovana, tutti i capi anarchici Scarmagnan compreso. Le due riunioni, con ogni probabilità, erano state indette con lo scopo di fare il punto sulla situazione e di assumere delle iniziative adeguate per sfruttare nel modo più efficace le possibilità rivoluzionarie che l'agitazione bracciantile pareva avesse creato. Sulla riunione anarchica – o su un'altra immediatamente precedente – scrive Monticelli a distanza di trent' anni: 

I socialisti del Veneto credettero allora di raccogliersi a Congresso e di stabilire un'azione comune. I promotori furono E. Castellani, Luigi Scarmagnan, Eraclito Sovrano, i fratelli Panzacchi, Agostino Rumor, Bernardino Massaggio ed altri, di cui mi sfugge il nome. Da Parigi io assecondavo tali propositi.

Sempre in quella giornata, alcune centinaia di braccianti armati di falcetto si radunarono in piazza a Stanghella per reclamare l'aumento della mercede. Così racconta i fatti Scarmagnan:

Il  22 e 23 giugno i contadini di Stanghella e paesi limitrofi si erano ribellati ai loro padroni e chiesero, come i contadini del Polesine il 25 o il 30% al faticoso lavoro della mietitura. Io credetti veramente davvero che fosse giunta la sua ora anco per i poveri braccianti i quali incoraggiati da me e da altre buone persone sembrava avere già la vittoria nelle mani – e che una buona volta i benestanti dovessero pagare il fio delle loro colpe. Ma ohi! io mi sono ingannato e caddi come corpo morto cade. La comparsa dei carabinieri, guardie di questura, di militari, del Commissario del re e del vice Prefetto impaurirono tutti quei contadini i quali a parte accettarono di eseguire il taglio del frumento al 12 per cento e parte credo al sette e mezzo dal sig. Nonato Antonio il quale ispirato dalla voce di Dio stette saldo e vincette.

Nel brano di Scarmagnan noi cogliamo insieme l'illusione della vittoria a portata di mano e la delusione per la successiva sconfitta. Era infatti successo che la numerosa truppa inviata dal governo e presente in piazza domenica 22 s'era mossa  minacciosa lunedì 23 quando giunse la notizia che nel giorno precedente, a Castelguglielmo, alcuni uomini in divisa erano stati feriti da un gruppo di scioperanti. La villa di Centanin era circondata dai braccianti in agitazione, mentre all'interno si svolgeva una riunione a cui partecipavano i sindaci dei vari paesi e gli agrari più importanti; e dalla riunione, con la sola opposizione dell'agrario Nonato, era uscita la proposta di portare al 12% il compenso per la meanda. I braccianti all'inizio rifiutarono il compromesso nella convinzione di poter ottenere il massimo; accettarono alcune ore dopo, perché intimoriti dai minacciosi movimenti dei soldati; altri addirittura si accontentarono del 7,5% pur di non rimanere disoccupati.
Ma oramai la repressione era stata avviata. In Polesine, dove si riuscì in qualche caso a spuntare anche il 20%, furono immediatamente arrestati quasi mille scioperanti; altri ottanta subirono la stessa sorte nella Bassa padovana. Contemporaneamente vennero fermati e portati in galera i capi repubblicani e socialisti, considerati i fomentatori dello sciopero che, a quei tempi, era considerato illegale. Scarmagnan, unico arrestato tra gli anarchici padovani e già condannato per violenze in gioventù e quindi considerato pregiudicato, entra in carcere il 26 di giugno e ne esce solo il 27 settembre. Ed il processo, detto dei 21 dal numero dei capi socialisti imputati, fu celebrato solo il 24  marzo dell'anno  successivo. Ortore e Scarmagnan – in particolare – erano accusati, con  l'aggravante della recidiva,

per avere in più occasioni nel maggio e nel giugno, ed in epoca precedente lo sciopero generale dei contadini del Polesine sia con discorsi pubblici, sia col mezzo di stampe o scritti affissi, sparsi o distribuiti al pubblico, sia in qualunque altro modo quali principali istigatori e motori, provocato, favorito o partecipato al concerto formatosi fra contadini per sospendere o rincarare senza ragionevole causa i lavori della mietitura nel Polesine, e che ebbe effettiva esecuzione.

Alla fine Scarmagnan venne prosciolto per insufficienza di prove, in quanto

la lettera che diresse alla società di Pezzoli (colla quale ebbe corrispondenze) eccitandone i suoi a stare uniti e fermi nei propri propositi per vincere, rilevando che la terra produce immense ricchezze e che senza il contadino la società umana non può reggere, non inchiude con tranquillante chiarezza gli estremi della istigazione allo sciopero, a completare la quale non appare tuttavia sufficiente l'atto singolo della lettura che sulla pubblica piazza di Solesino egli diede ai contadini dell'altra lettera della società stessa, che esortavali a non mietere per un salario inferiore al 30%, a star saldi, e non sortire dal proprio paese. Finalmente la qualsivoglia relazione ch'egli ebbe con gente e giornali radicali può ricever spiegazione dai suoi ideali politici piuttosto avanzati, senza che sia uopo ricorrere all'obiettivo dell'incitamento allo sciopero.

La prima citazione – ma la cosa appare evidente – è tratta dalla requisitoria del pubblico ministero; la seconda dal dispositivo della sentenza.
L'arresto di Scarmagnan provocò grossi fastidi a suo fratello Bortolo, la cui abitazione e il cui forno vennero più volte perquisiti; e gettò nella più squallida miseria la famiglia che fu costretta ad abbandonare il forno di Solesino. Uscito dal carcere, il nostro prende in affitto un forno a Pozzonovo dove vivono i due socialisti anarchici  già citati, vale a dire Basilio Miazzo e Matteo Salmistraro; suo fratello Bortolo – anche lui di fede socialista – si trasferisce ancora una volta a Venezia dove affitta un forno in Calle dei Stagneri.
Lo sciopero, nonostante il sostanziale fallimento e la repressione a tutti i livelli, aveva per la prima volta evidenziato la forza delle masse bracciantili e si ebbe la netta sensazione che, se adeguatamente guidato, il bracciantato avrebbe certamente potuto creare in futuro delle grosse difficoltà alla borghesia rurale. «I malcontenti manifestatisi in Anguillara e nel montagnanese – scriveva un giornale antianarchico alla fine del 1884 – sono nulla in confronto di quanto si teme in avvenire. Si prevede una esplosione non lontana e della quale non è dato prevedere gli effetti». E mentre la borghesia stava in angosciosa attesa, lo sciopero si faceva dramma ed epopea, poesia popolare e propaganda socialista nelle fiere e nei mercati dove  l'anarchico Antonio Pasini di Solesino, poeta girovago ed amico di Scarmagnan, declamava alla fine del 1884 i seguenti versi:

In fra l'Adige e il Po giace un'amena
pianura feracissima ubertosa,
dà scelto grano, frumentone, avena;
ed appartiene a gente danarosa,
ma le popolazioni tristi e grame,
squallide fan pellagra ed irta fame.

Pochi soldi ricevon per salario,
abitan luridi e squallidi casoni;
corre fra i poverel poco divario
dai neri abitator dell'Amazzoni,
e la storia lo nota in le sue annalia
sono il vero ludibrio dell'Italia.

Pure un quindici dì sol dell'anno,
nell'epoca che mietessi il frumento,
vivono si può dir con meno affanno
sebben gravati di fatica e stento,
sempre però, ma rara l'occasione,
umano abbia a mostrarsi un po' il padrone.

Però tutto compreso una sol lira,
o poco più, ricavan di profitto;
ma latente nutriano nel petto l'ira,
in quest'anno impugnaro il lor diritto,
e tutti d'un pensiero e un sentimento
mieter non voller men del 30 al cento.

Il Prefetto un avviso diè paterno,
che pur troppo non fu molto ascoltato;
la fiumana montava ed il Governo
a riordinare il primitivo stato
d'armati mandò là una divisione
ed ottocento e più mise in prigione.

Così si scioglie la question sociale?
A me sembra di no...
 

5. La propaganda anarchica a Pozzonovo. Ottobre 1884-marzo 1885.

La repressione del giugno 1884 non piega i socialisti i quali sono decisi a rinnovare i disordini in occasione della prossima mietitura.
«Trascorsa che sarà quest'ultima epoca di malumori che tengono sconvolti tutti i lavoratori delle campagne – scrive V. Panzacchi a Castellani nell'agosto dell'84 – sfuggirà a noi la propizia occasione della rivolta [...] Siamo al colmo, è tempo; è tempo del feroce ruggito del si salva chi può, dinamite e pugnale questo è quanto occorre [...] Mentre scrivo mi circondano sette o otto operai disposti a tutto».
Nel gennaio successivo Guglielmo Panzacchi scrive all'anarchico veneziano che «non dubito che i scioperi dell'85 faranno epoca [...] La  miseria e la fame affretterà il momento tremendo. Non fu e non è fiato sprecato la continua propaganda che si va facendo da tutti i socialisti del Polesine. Nell'85 galera o  morte, ma rivoluzione».
E in nome della rivoluzione si muovono ancora una volta Castellani e gli altri anarchici i quali, avendo “Il Pane” interrotto nel luglio del 1884 le pubblicazioni, decidono di pubblicare a Venezia “L'Intransigente”.
Nel dicembre del 1884 il fratello di Castellani si reca a Monselice per raccogliere azioni e per organizzare la vendita del progettato giornale. Con Eraclito Sovrano si porta subito a Pozzonovo dove si incontra con Scarmagnan e con gli altri due anarchici del posto nell'osteria di Petranzan situata al Centro della piazza. Attorno ad un tavolo e a un litro di vino i cinque – come riferirono dei carabinieri precedentemente nascostisi dietro al bancone – discussero del giornale, dell'organizzazione e delle prospettive future del partito.
Scarmagnan – tra l'altro molto amico del quasi conterraneo Italo Toninetti di Legnago, anche lui autore di un libretto di poesie anarchiche e tra i maggiori finanziatori del progettato giornale avendo promesso di mettere a disposizione dei compagni una parte importante della sua eredità – si impegnò a raccogliere un certo numero di azioni, a vendere delle copie del giornale, a fondare un Circolo socialista, a diffondere un opuscolo di Errico Malatesta ed altro materiale che il veneziano gli avrebbe fatto recapitare.
Qualche settimana dopo giravano tra i lavoratori di Pozzonovo e Monselice l'opuscolo “Fra Contadini” del  Malatesta, un secondo opuscolo stampato alla macchia avente per titolo “Viva la Rivoluzione sociale” e la notizia della prossima uscita di un “Almanacco per i contadini” stampato dai circoli socialisti di Pozzonovo e Monselice.Grazie allo Scarmagnan, Pozzonovo diventa un piccolo centro di socialismo. Miazzo, in particolare, «nelle riunioni di popolo improvvisa conferenze tanto in osterie che in pubblica via, predicendo prossimo il momento della rivoluzione». E per ciò nel paesetto – sono sempre le forze dell'ordine a parlare – «si riteneva vicino il giorno in cui i socialisti potessero afferrare le redini delle pubbliche istituzioni, e quindi venire ad una divisione generale della proprietà».Ai primi di gennaio del 1885 Miazzo e la moglie Beppina – fiore rosso di riconoscimento all'occhiello – si recano a Venezia per festeggiare l'uscita del primo numero de “L'Intransigente” che ospita un articolo del Miazzo:Anche qui i contadini cominciano a capire qualche cosa sopra la questione sociale. Cominciano ad intendere cosa siamo, cosa vogliamo, e cosa intendiamo di fare. e son tutti, senza eccezione alcuna, dalla nostra parte.L'articolo mise in allarme le autorità politiche le quali inviarono i carabinieri a sorvegliare le mosse dei socialisti pozzonovani con l'intento evidente di intimidirli. Si rispose con un secondo articolo del Miazzo firmato “I Socialisti di Pozzonovo”, in cui si legge che 

era venuto a Pozzonovo, accompagnato da un semplice carabiniere, il  biondo  maresciallo di Monselice per sorvegliare e scoprire chi sono questi sobillatori socialisti [...] Una folla di piccoli ragazzi alla sua vista anno cominciato a gridare ad alta voce la bogie! la bogie! 

Esiste poi una terza corrispondenza spedita a Castellani – ma non so se effettivamente pubblicata dato che i 5 numeri usciti de “L'Intransigente” sono introvabili e in gran parte a suo tempo sequestrati – che così argomenta:

L'autore di tanti disordini sono i  grossi possidenti, che non retribuiscono equamente le mercedi agli operai: e questi fra  breve devono partire per recarsi fuori d'Italia per guadagnarsi un tozzo di pane onde sfamare i teneri suoi figli che questa ingrata borghesia gli nega. Per prova noi vogliamo dire all'autorità che tanto protegge i grandi proprietari in che modo vengono retribuiti i lavoratori del Talpo. Dopo d'averli fatti lavorare una settimana compensa la sua mercede con una lira e 57 centesimi e 8 chilogrammi e mezzo di frumentone. Il Centanin dr Domenico gli retribuisce con dei legumi ossia fagiuoli dicendo ad essi che non può venderli che a lire 13 per quintale, e non volendo essi accettare i fagiuoli li  vende alle soprascritte lire, ma voi dovete rifare sul vostro lavoro una lira per quintale di fagiuoli venduti - Così il Centanin viene aver venduto i fagiuoli a lire 14 sfruttando così una lira ai suoi lavoratori. Ecco il modo che sono retribuiti i braccianti da chi possiede, e noi miseri sfruttati nei nostri più santi diritti non potremo gridare ad alta voce, chi siamo, che cosa vogliamo noi socialisti, e li abbiamo tutti senza eccezione alcuna dalla nostra parte? Sì, gli abbiamo e li abbiamo per una santa causa, che non potrà avere fine che con la rivoluzione sociale.

Due lettere di Scarmagnan a Castellani ci permettono di sapere quanti giornali venivano venduti in paese.
Nella lettera del 24 gennaio si legge «che il vos. giornale viene accolto e letto con avidità, tanto dalle mezze velade [cioè dai borghesi] come dai contadini. I giornali che ci avete spedito gli abbiamo venduti subito. Speditecene per domenica due dozzine. Nella prima settimana del seguente mese vi faremo la spedizione del denaro tanto quello ricavato dai giornali tanto quello dell'azione. Indirizzate un giornale al nostro compagno Salmistraro Matteo Pozzonovo al quale vi faremo avere l'importo dell'abbonamento». Dalla successiva missiva senza data si ricava che il primo numero fu venduto in 12 copie, il secondo in 24, il terzo ancora si vendette – o si intendeva vendere, dato che molto probabilmente venne subito sequestrato – in 12 copie:

Carissimi Compagni [...]
vi includo in questa mia l'importo dei giornali ricevuti cioè 36 che equivalgono a lire 1 e 80 centesimi. Riguardo alla spedizione di giornali che vengono venduti a Monselice dovete rivolgervi direttamente al compagno Falanchia Placido[...] da  lui saprete altre cose riguardanti al partito nostro. Per domenica spedite soltanto una dozzina di giornali a Pozzonovo diretta però ad un nostro compagno di fede, certo Basilio Miazzo.

Vendere 12 giornali – o addirittura 24 – ogni settimana, al prezzo di 5 cent., cioè al prezzo di un'ora di lavoro abbondante, costituiva un'impresa tutt'altro che facile a causa della miseria imperante, dell'analfabetismo diffuso, delle intimidazioni poliziesche e delle dimensioni piuttosto ridotte del paese.
Dal momento che la continua sorveglianza non dava i risultati sperati e il giornale veneziano continuava ad ospitare articoli locali e a circolare in paese, i carabinieri decisero di aumentare la pressione operando alcune perquisizioni nelle abitazioni dei tre pozzonovani. Scarmagnan allora reagì orgogliosamente inviando il seguente trafiletto al quotidiano padovano “Il Bacchiglione”:

Negli ultimi di febbraio e nei primi di marzo i carabinieri nottetempo circondarono la  mia casa per scoprire ov'io avessi nascosto bombe incendiarie [...] io sono socialista convinto e con questi mezzi non  mi faranno cambiare idea.

E all'osteria, parlando col segretario comunale Luigi Costantini disse ad alta voce:

E' inutile, possono fare quello che vogliono, il cuore non me lo distruggeranno. Io sono socialista e il mio sogno è quello di vedere migliorata la brutale condizione della classe operaia.

Il 20 di marzo arrivò l'ammonizione come oziosi per i tre socialisti pozzonovani, considerati invece unanimemente, come evidenzierà il processo dell'85, dei lavoratori indefessi. Dopo esattamente una settimana, per tutta risposta, una bandiera rosso-nera dell'anarchia venne nottetempo issata sul torrione della Rocca di Monselice. 
 

6. Un incendio, e il processo ai socialisti d'Este. Aprile 1885-1886.

“L'Intransigente”, il settimanale socialista nato in gennaio, muore dopo
appena cinque numeri ai primi di marzo, stroncato dalle difficoltà finanziarie (il Toninetti invece di acquistare la promessa tipografia comprò un forno a Milano dove si trasferì con l'amante e il di lei marito) e dai ripetuti sequestri.Allora Castellani abbandona «il giornalismo per dedicarsi anima e corpo all'agitazione rivoluzionaria tra i contadini e se le nostre [degli anarchici] speranze non andranno deluse, crediamo per il prossimo luglio di poter scuotere i compagni sonnolenti».D'accordo con Vittorio Panzacchi fa stampare il 20 di aprile presso la tipografia de “Il Bacchiglione” di Padova un migliaio di volantini riproducenti il “Decalogo dei Contadini mantovani” (decalogo riportato in Appendice e stilato dal socialista anarchico autodidatta mantovano Giuseppe Barbiani); poi entrambi partono per distribuirli nei vari paesi della Bassa allo scopo di «scuotere i contadini e prepararli a qualche cosa di serio per la mietitura», insomma nella speranza di rinnovare il clima incandescente del 1884.Dopo un paio di giorni – mentre Panzacchi ammalato di tisi ritorna a Padova – Castellani si ferma provvisoriamente a Monselice dove Eraclito Sovrano decide di accompagnarlo; quindi, travestiti da fotografi ambulanti, essi si recano a «Pozzonovo da Scarmagnan distribuendoli [i decaloghi] e facendoli distribuire ai contadini». Qualche giorno dopo la visita dei due anarchici, precisamente la notte tra il 25 e il 26 di aprile, scoppia un grosso incendio in località Ca' Polcastro di Pozzonovo che provoca la morte di 76 bovini e 32 pecore con un danno di Lire 30.000 a cui si devono aggiungere altre 20.000 lire spese per ripristinare lo stabile gravemente danneggiato dalle fiamme.
Le autorità di polizia pensarono subito che l'incendio fosse il segnale della rivolta. Del resto, e per la celerità con cui le fiamme distrussero la stalla del Centanin e perché il fuoco partì dal tetto, subito corse voce che si trattasse di un'azione anarchica. «Centanin infatti era da parecchi malvisto perché amministrava e coltivava da sè le sue terre. I comunisti – cioè gli abitanti del comune – avrebbero desiderato che le terre del Centanin fossero accordate o a fittanza o a mezzadria [...] Centanin, su ben 5000 campi, spenderà forse 1000 lire al mese e i contadini avevano cagione di pretendere il 10 e l'11 anzichè il 9 per cento» per la meanda. Così testimoniò Luigi Costantini, segretario comunale a Pozzonovo fin dal 1866; e il maestro comunale Cesare Pezzolo aggiunse che i lavoratori facevano bene a lagnarsi, dato che «sono pagati poco». (6)
Lo stesso Scarmagnan, del resto, al processo si disse anche lui convinto della dolosità dell'incendio: «Essendo io, dopo l'incendio, in pochissimo tempo perquisito, ammonito ed arrestato, mi venne il sospetto che mi fosse stato addebitato in qualche modo [...] a questo Centanin accadevano di frequente incendi [...] e ciò avveniva perché [...] trattava male i lavoratori». Proprio in quei giorni, informava “Il Bacchiglione”, il grosso possidente aveva «respinto con disprezzo i suoi lavoratori che gli avevano chiesto un piccolo aumento di mercede», insoddisfatti dell'incredibile paga di 25 centesimi alla giornata.
Insomma cominciarono le perquisizioni che aggravarono i sospetti sui socialisti i quali a più riprese, nei mesi precedenti, avevano attaccato il Centanin sulle colonne del “Barababao”, de “Il pane” e de “L'Intransigente”.
Venne infatti sequestrato allo Scarmagnan un cifrario per corrispondenze segrete e a Matteo Salmistraro una  minuta lettera minatoria destinata al Centanin che tuttavia – così almeno disse al processo lo stesso Domenico Centanin, ma forse solo per evitare qualche ulteriore rappresaglia – non fu mai spedita.
Il giro propagandistico di Castellani e Sovrano dura circa una settimana e tocca i Colli Euganei, Este, Montagnana e Legnago. Da Legnago i due ritornano a piedi a Montagnana dove, impegnato un paltò in una trattoria per mangiare un boccone, salgono su un vagone della ferrovia non ancora aperta al pubblico e con quello si riportano a Monselice. Nella cittadina, come scrive Castellani in una lettera al fratello datata Padova 29 aprile 1885,

fummo avvisati che la polizia tentava di impadronirsi di noi, perché intanto scoppiava un forte incendio a Pozzonovo nella tenuta di un borghese portando un danno di 150.000 lire e noi, prudentemente, alla mezzanotte di domenica, prendemmo il largo gettandoci alla campagna. Camminammo sotto una continua pioggia per strade interne e riposammo stanchi, bagnati, in un fienile nelle vicinanze di Padova. Alla mattina entrammo in città, ove ci troviamo tuttora da Panzacchi. Intanto seppimo che a Monselice e Pozzonovo furono eseguite alcune perquisizioni senza alcun frutto: cercavano sempre i famosi Decaloghi, i quali intanto da Panzacchi vennero sparsi per le campagne attorno a Padova [...] sabato poi abbiamo deciso di partire tutti e tre assieme pel Polesine coi famosi Decaloghi, risvegliando il sentimento di ribellione nei contadini ed, ove occorra, cominciare il nostro movimento rivoluzionario. Speriamo bene, io sono pronto a tutto.

Il nuovo giro propagandistico viene però posticipato, ed Eraclito Sovrano, nonostante fosse consapevole del pericolo incombente, decise allora di tornarsene nella sua cittadina. E da qui, il 6 di maggio, spedisce a Castellani frattanto rientrato a Venezia la seguente  missiva:

Caro Emilio, per sabato corrente settimana mi occorrono 100 copie e più del Decalogo dei contadini, perché essendovi qui un gran festa dei cittadini di Este e Montagnana (7) che vengono a trovare i monselicensi, abbiamo pensato di dar loro per frutta uno dei predetti decaloghi... in seguito alle perquisizioni di Pozzonovo e Monselice parmi fra i contadini un gran fermento e lunedì scorso in piazza fra i suddetti si discorreva di socialismo come di una prossima era di insorgimento morale e materiale.

Il 13 maggio Vittorio Panzacchi, Emilio Castellani ed Eraclito Sovrano, di nuovo insieme e travestiti da fotografi, partono per un nuovo giro propagantistico in terra polesana. Racconta infatti Castellani in una lettera da Ferrara al fratello del 18 di maggio:

Ho dovuto scappare da Badia con Clito e Vittorio perché ricercati dalla polizia in seguito all'agitazione prodotta nella nostra escursione nelle province padovane. Da Badia attraversammo il Polesine ove seppimo che erano spiccati contro di noi i mandati di arresto. Abbandonammo subito il Polesine ed attraversammo il Po per ripararci e dopo una lunga marcia arrivammo a Ferrara. Dal giorno della nostra partenza da Monselice, percorremmo a piedi 150 kilometri [...] Appena il pericolo si sarà allontanato, termineremo il nostro giro ritornando nel Polesine.

Dopo le perquisizioni e le ammonizioni del maggio ci furono dunque gli arresti per 15 capi socialisti, vale a dire per i tre pozzonovani, per il Sovrano, per i due Panzacchi, per Castellani, per altri elementi di Badia Polesine, Ariano Polesine, Castelbaldo, Treviso, Vicenza e Forlì.
Scarmagnan, sorpreso all'osteria “del gambero” a Pozzonovo il 3 di giugno, fu associato prima alle carceri di Este e quindi di Padova dove rimase a disposizione della magistratura fino al termine del processo iniziato il 13 aprile del 1886, e conclusosi soltanto l'8 di agosto con l'assoluzione di tutti gli imputati.
Accusato di essere l'esecutore materiale dell'atto doloso, poté salvarsi grazie alla testimonianza decisiva del suo giovane dipendente Florindo Merlin, il quale al processo disse che la notte dell'incendio il suo principale non s'era mai mosso dal forno. E non s'era mai allontanato neppure il Miazzo che, essendo disoccupato, la notte guadagnava qualcosa aiutando il compagno di fede politica ad impastare il pane.
Scarmagnan rimase in carcere 14 mesi come altri 13 imputati, Miazzo e Salmistraro compresi; Castellani, dovendo scontare una pena per un reato di stamoa inflittagli precedentemente,
uscì solo nel gennaio del 1887. 
 

7. Tramonto del partito anarchico. Scarmagnan socialista legalitario.

La lunga detenzione inferse un colpo mortale al partito anarchico tanto che, alla fine dell'85, «i pochi affiliati al partito socialista rimasti in libertà, messi però in scompiglio e paura non danno davvero segno più di loro esistenza». Nel 1886 – è sempre il Commissario di Monselice a parlare – si conferma la sostanziale dispersione dell'organizzazione anarchica: «Gli internazionalisti nemmeno fecero le prevedibili dimostrazioni quando il verdetto venne conosciuto assolutorio».La famiglia Monticelli, rovinata economicamente, si trasferisce da Monselice a Venezia; Eraclito Sovrano, ammalatosi di tubercolosi in carcere, muore poco tempo dopo; Vittorio Panzacchi, anch'egli tubercolotico, emigra in Liguria nel disperato tentativo di evitare la prevedibile fine e qualche anno dopo muore nella più squallida miseria in un ospedale pubblico; Matteo Salmistraro smette di occuparsi di politica. «Con tutto questo – scrive il Commissario nel 1892 – non vi manca qualche raro individuo che professi dottrine socialiste come il Miazzo Basilio di Pozzonovo, un eccentrico che novello Diogene vive in una tana e tartassa con continue corrispondenze al giornale l'Operaio i maggiorenti del paese».Continua a fare lavoro politico, con molta circospezione, anche il calzolaio sciancato monselicense Placido Falanchia; il quale, sorpreso a distribuire opuscoli anarchici speditigli da Londra, nel 1894 verrà condannato ad un anno di domicilio coatto.
Mentre Scarmagnan è in galera in attesa della sentenza, sua moglie è costretta ad abbandonare il forno di Pozzonovo per rifugiarsi nella casa del cognato Bortolo che la mantiene per un anno assieme ai quattro figlioli.
Uscito dal carcere, il nostro socialista prima si mette a lavorare alle dipendenze del fratello; poi si trasferisce a Monselice per prendere in affitto il forno condotto dal fratello fino al 1884. Ci informa sulla sua situazione il solito Commissario nel 1892: «Oggigiorno meritevole di qualche sorveglianza in questa città c'è solo Scarmagnan Luigi (già presidente della società I figli del  Lavoro) che conduce un  ben avviato negozio di prestinaio e lavorando instancabilmente in questi ultimi tempi si è discretamente rimpannucciato. Memore però di qualche mese di carcere sofferto in altre epoche si è ammansito ed è solo platonicamente socialista». Insomma le cose cominciarono finalmente a raddrizzarsi per l'ex rivoluzionario, come dimostra un articolo de “Il Veneto”, datato 3 settembre 1889, in cui il suo pane viene giudicato «eccellente come qualità e confezione».Muore il partito anarchico, ma gradatamente e tra mille difficoltà si sviluppa il partito socialista legalitario.Così, nel 1891, in una stanza presa in affitto si raduna a Padova un gruppo di socialisti veneti per celebrare il loro congresso.
Tra essi troviamo Luigi Scarmagnan per Monselice, Basilio Miazzo per Pozzonovo e Carlo Monticelli per Venezia; e si decise che la collettivizzazione della proprietà privata dovrà essere attuata evitando i mezzi violenti, vale a dire senza ricorrere alla tanto prima propagandata rivoluzione rociale.
Il 18 di febbraio del 1892 Scarmagnan parla al funerale del contabile de “I figli del Lavoro” suicidatosi mediante annegamento; qualche giorno dopo scrive di Nemo, il corrispondente da Montagnana del giornale “Il Lavoratore”, che è «uno che sente i bisogni di quella infima classe che nulla ha e tutto produce e quindi un uomo utilissimo alla nuova società che sta per sorgere dai foschi tramonti della bancocrazia capitalistica»; il 26 marzo con un articolo nello stesso giornale scrive come si arriverà all'“uomo nuovo”:

Non attendete, o classi infelici, il vostro benessere dall'alto: costoro non faranno che soffocare nel sangue i vostri gemiti, le vostre agitazioni, i vostri giusti reclami.

Nel giugno del 1894, Scarmagnan presenta Carlo Monticelli che tiene in sala Mori a Monselice una conferenza sull'evoluzione dell'arte invano boicottata dai moderati locali che avevano un mese prima fatto arrestare e trattenere in carcere il conferenziere per due settimane.
Nell'aprile del 1895 con un articolo apparso ne “La Primavera”, egli partecipa alla polemica tra socialisti sulla opportunità o meno di sostenere alle elezioni politiche la candidatura del radicale Antonio Aggio di Boara Pisani.
L'ultima notizia che sono riuscito a trovare sul nostro fornaio è la sua partecipazione il 28 febbraio 1897 all'Assemblea generale della società “I figli del Lavoro” presieduta dal futuro deputato socialista Angelo Galeno.
 

8. Gli scritti. Rapporti complessi all'interno del mondo socialista.

I “Versi” di Scarmagnan, stampati a Padova dalla tipografia di Sanavio e Pizzati nel 1891, raccolgono 42 poesie: 5 scritte nel legnaghese tra il 1868 e il 1869, altre cinque a Solesino nel 1883-84, le restanti 32 nel carcere di Padova dopo il secondo arresto, e quindi nel biennio 1885-86. Pressoché nullo il valore letterario di esse e decisamente brutte quelle giovanili, anche se stupisce la capacità, in una persona che ha frequentato solo un anno di scuola, di districarsi fra rime e metrica entrambi quasi sempre rispettate.
Scarmagnan è fondalmentalmente un autodidatta, un lettore di buoni libri come egli afferma in una sua poesia; conosce Victor Hugo e Lorenzo Stecchetti; come gli altri anarchici suoi amici è amante del teatro popolare e risorgimentale frequentemente messo in scena da compagnie di carattere regionale e da filodrammatiche locali fiorenti non solo nelle cittadine, ma anche nei paesi più piccoli. Giuseppe Mazzocca, un attore monselicense nato nel 1831 e abbastanza conosciuto ai suoi tempi, ricorda ad esempio lo sviscerato amore per il teatro dell'anarchico adriese Francesco Ortore, le commedie di Uriele Cavagnari e quelle di Carlo Monticelli: autori che spesso davano anche un volto e una voce ai loro stessi personaggi; drammaturgo oltre che poeta era anche il già citato Antonio Pasini.
La bella morte sulle barricate; il poeta tisico; il presentimento un po' sdolcinato e alquanto compiaciuto della morte imminente; la donna amata tra le acque chiare di un ruscello e i trilli degli uccelletti; l'azione “bella” in nome di un nobile ideale quale la Patria o la rivoluzione sociale; la presenza del “cattivo” rappresentato dal gretto borghese o dal panciuto ecclesiastico sempre in azione per soddisfare la propria lussuria e la propria golosità ai danni dei più deboli; il povero macilento ingiustamente vessato dal potente: sono tutti personaggi e situazioni che ritroviamo regolarmente nei drammoni ottocenteschi di parte “ghibellina” e nelle commedie di Cavagnari e Monticelli.
E nelle poesie di Scarmagnan noi sentiamo a volte l'eco di maldigerite letture di classici. Di Dante ad esempio (poesie XX e XXXV), poi del Foscolo (XX, XXI, XXVII), del Manzoni (XXV, XLII), del Carducci (XI) e addirittura del Petrarca (XXXIV). In altri e più frequenti casi si avvertono i riecheggiamenti di un Giusti (XL), di un Fusinato (VII), di uno Stecchetti (I) e della scapigliatura in genere.
Le poesie giovanili, in particolare, molto risentono di quel gruppo di poeti imitatori del Prati e dell'Aleardi che scrivevano a metà secolo nel legnaghese: componimenti poetici in cui il “vate” vive inevitabilmente “nell'urna di dolore”, si pasce di mestizia perché in essa solo “balena il ver”, viene irriso dalla gioventù godereccia, abbraccia avelli, bacia la polvere del suolo patrio e fa tutti «gli altri gesti inconsulti previsti dalla poesia del tempo» (8).
Le poesie scritte in carcere, tra il 1885 e il 1886, rappresentano invece una evidente imitazione delle “Schioppettate poetiche”, una Raccolta di poesie pubblicate da Carlo Monticelli nel 1883. Dal più giovane compagno di partito il nostro fornaio trae gli argomenti, le situazioni, la metrica ed addirittura il particolare vocabolario che è tipico, del resto, dell'anarchia ottocentesca.
Tanto per fare un esempio, scrive Monticelli:

E, in mezzo al fumo delle schioppettate,
forse domani, impavidi ribelli,
cadremo uccisi sulle barricate

e ripete Scarmagnan:

E noi se non verremo fucilati
innalzerem per dio le barricate
s'azzufferem coi birri e coi soldati
fra il rombo del cannon e le schioppettate.

Oppure ancora Monticelli:

E, te serrando in amoroso amplesso
sul volto tuo pallente
imprimerò – poi ti morrò dappresso
l'ultimo  bacio ardente

imitato in questo modo dal nostro fornaio:

Vieni; t'attendo qui genuflesso,
t'invoca un vate già moribondo
domani, o morte, l'ultimo amplesso
ch'io lascio il  mondo.

Ed ancora Monticelli ne “Spezzo la lira”:

A che cantar,
se questa plebe stracca
l'ardita nota intendere non sa
e, come mandra pecoril vigliacca,
non sente il soffio della libertà?
A che cantar, se quando sciolgo il carme
che lo chiama, lo spinge a ribellion,
non corre il volgo disperato all'arme,
ma... i birri  mi trascinano in prigion?

a cui fa eco Scarmagnan:

A che filosofar sopra l'inganni
se il mondo è ancora pien di pecoroni?
se vive ancor fra noi idre e tiranni,
se regnan le ingiustizie e le prigioni?
[...] A che filosofar sopra i mortali
se l'egoismo tutto il mondo invade,
se peggiori noi siam degli animali?

La cosa non sorprende se si riflette sul fatto che Monticelli, sempre molto apprezzato dai socialisti locali per le sue doti politiche ed artistiche, lontano dall'Italia s'era trasformato in un rivoluzionario di professione, a diretto contatto coi più prestigiosi esponenti europei dell'anarchia. Insomma Monticelli era diventato un mito al pari di Cafiero e Malatesta coi quali del resto lavorava gomito a gomito; ed i suoi scritti, inviati clandestinamente in zona, venivano letti e conservati religiosamente dai compagni di fede.
Monticelli di certo. Ma anche – per lo stile e per i contenuti – Enrico Onufrio, Giacinto Stiavelli, Cesare Testa, Giuseppe Aurelio Costanzo e i molti  poeti sconosciuti o addirittura anonimi i cui versi vennero pubblicati sui fogli anarcosocialisti degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. E che aprirono la strada ai più noti cultori della poesia sociale e verista come Mario Rapisardi e Pietro Gori.
Più originali, e sicuramente più valide anche da un punto di vista letterario perché più intimamente vissute, appaiono le composizioni poetiche dedicate alla famiglia, ai genitori, al fratello, alla moglie e ai quattri figli caduti nella più squallida miseria.
Il valore letterario piuttosto limitato dei componimenti poetici di Scarmagnan parrebbe non giustificare nemmeno questi brevi note, scritte del resto da uno che molto poco s'intende di critica letteraria. E tuttavia ripubblicare oggi i versi del nostro fornaio – riproponendo fedelmente l'unica copia reperibile, che è quella conservata alla Biblioteca Nazionale di Firenze e recentemente restaurata dopo i gravissimi danni subiti durante l'inondazione del 1966 – mi sembra un'operazione di una qualche importanza se ci si pone in una prospettiva di carattere storico. (9)
Essi ci permettono infatti di capire come, con quali mezzi e con che argomenti i primi clerici vagantes del socialismo siano riusciti a piantare nel territorio del basso Veneto un seme destinato a germogliare rigogliosamente nel decenni successivi.
Certo, molto sappiamo di Monticelli e abbastanza di capi carismatici come Angelo Galeno. Ma sappiamo ancora ben poco di quel gruppo di mediatori, calderai, falegnami, fornai, maestri, piccoli artigiani e commercianti in  genere che, a diretto contatto col bracciantato, lo convertirono alla nuova fede. Essi scrissero molto poco, data la scarsa dimestichezza con la penna; ma soprattutto ancor meno si è conservato. Che discorsi faceva, ad esempio, il girovago socialista mantovano Arturo Frizzi che nel 1884 vendeva “Il Pane” a Padova durante la Fiera di Sant'Antonio, mentre continuava la prova di forza tra braccianti ed agrari? E quali i testi delle canzoni scritte da Francesco Ortore e da lui stesso cantate nelle osterie dell'adriese?
I versi di Scarmagnan offrono una qualche risposta a questi interrogativi; ed essi si affiancano a quelli del Pasini – vedi ad esempio la poesia più indietro riportata –, recentemente scoperti e pubblicati da Francesco Selmin in un suo recente volume. Qualche altra parziale risposta potrebbe venire dalle poesie inedite di Vittorio Panzacchi, del quale citiamo la seguente, datata 29 dicembre 1884:

Mille in Italia e più di mille
son le città men delle ville;
ma più di queste, ed a milioni
sono i pezzenti, i lazzeroni;
che affamati entro il canile
vivon sommessi al campanile;
lavoran, muoiono per quei ladroni
che sempre nomano per suoi padroni.
Ma fatti accorti del loro malanno,
oh verrà il  giorno che cor faranno;
e rimembrandosi i duol passati,
strugger vorran preti, chierichi e frati;
s'uniran con noi, vecchia canaglia,
e brucierem i borghesi colla paglia.

Scarmagnan si sente investito di una missione che potremmo definire superiore; si considera il profeta della nuova religione chiamata socialismo, il propagatore del nuovo Verbo. Per questo motivo è una vera ingiustizia che gente come lui sia costretto a «lasciar la penna per saziar il dente»; gente che sa contrastare da pari a pari coi profeti del-l'antico credo («In quanto a questa ed alla confessione / punto non ci crediam, gli rispos'io / Riguardo poi  messer domeneddio / lasciamo ognuno nella sua opinione»); che vive «in questi tempi che l'ingegno umano / esser dovrebbe acuto e raffinato» e si rifiuta quindi di farsi guidare – al pari della massa ignorante – da sacerdoti dell'antico credo; «che nella testa sente / questo spirto potente agitatore» che lo spinge a combattere contro l'ingiustizia; che in cella «ha per compagni dotti e letterati...[e] legge de' libri assai pregiati».I capi socialisti – Scarmagnan compreso – vivono un rapporto contraddittorio con le masse in favore delle quali si battono. Essi da una parte si considerano degli individui superiori, i  migliori della società, gli eletti; dall'altra predicano il riscatto delle classi diseredate, l'eguaglianza di tutti gli uomini.
E questa contraddizione trapela quando si parla del popolo con un senso di evidente superiorità e a volte di  malcelato disprezzo.
Nei versi di Scarmagnan, come in quelli del borghese Monticelli del resto, il popolo diventa spesso «la plebe ingannata che brulica nella vergogna»,  «un coglione che vive negli atroci patimenti», un «poverello peggior del bruto», una massa di “imbelli” bisognosi di un capo; «turba di pezzenti che brancolando van pel Reo letame [...] che si fanno comprar per poco rame»; «una turba assopita in sul letame»; un bue che lavora senza speranza, senza scopo e senza conoscere la parola redenzione, docile sempre alla mano dello sfruttatore (Appendice, scritto I).
Così scrivere poesie canzoni e drammi, fare conferenze, avere contatti con compagni di lontani paesi, porre il proprio nome in calce ad un articolo di giornale: fare tutto questo significa insieme, e in un atto solo, manifestare la propria superiorità e la propria generosità. Analogamente una perquisizione e un periodo di detenzione da una parte provano la capacità dell'individuo di sacrificarsi per la causa, dall'altra manifestano la sua appartenenza al ristretto gruppo degli eletti: in questo caso al ristretto gruppo dei martiri del socialismo.
La società veneta, come ho sostenuto già in un mio libro del 1980, non era divisa nel secolo scorso tra ricchi e poveri, ma tra ceto rurale e ceto urbano. 
Il ceto rurale era costituito da una scala gerarchica che vedeva sullo scalino superiore il grosso possidente, poi l'agrario, il fattore, il  gastaldo e il  piccolo fittavolo; e ancora più in basso il bovaio,  l'uomo di corte e infine il salariato fisso che stava alla base di tutta  la costruzione.
Si trattava di una struttura sociale molto tradizionalista, legata agli antichi valori e chiusa ad ogni novità. Un mondo statico, i cui scalini erano strettamente legati l'un l'altro dal doppio vincolo della protezione e della repressione; dove  anche chi stava al livello più basso si considerava in qualche modo un privilegiato rispetto alla disperata schiera dei braccianti avventizi. e sognava, col  lavoro di  molte generazioni, di salire un poco lungo la scala  gerarchica comprando un fazzoletto di terra. Una società immobile che nella Chiesa, nell'aia padronale e nella stalla celebrava i suoi riti; che nel possidente locale seduto in municipio e nel parroco celebrante dal pulpito riconosceva i suoi capi indiscussi.
Poi c'era il mondo dei senza terra, anche questo molto variegato. Alla testa rari professionisti come il medico, il farmacista e il segretario comunale; quindi il maestro e qualche impiegato; e poi il bottegaio e l'artigiano a volte abbastanza ben messi economicamente, altre volte e più spesso martoriati dalla miseria come Basilio  Miazzo; e infine la “feccia” del sottoproletariato rappresentato dai facchini, dai cavatori di Monselice e dal bracciantato. Si trattava di un  mondo alternativo rispetto a quello rurale, all'interno del quale – per quanto molto mal distribuiti – stavano la ricchezza e il potere politico; e quindi un mondo con molto scarso potere economico e privo del tutto di potere politico. 
Questo ceto sociale, frustrato economicamente e politicamente, si apre naturalmente al nuovo e al diverso diventando prima mazziniano e repubblicano, quindi anarchico o socialista anarchico; e celebra i suoi riti innovatori nei luoghi più aborriti dal potere politico, economico e culturale del tempo, vale a dire nella piazza, nelle  bettole e nei caffè, nei teatri e nelle società operaie, nelle fiere e nei mercati. 
Un  mondo mobile, come sono mobili gli artigiani alla Scarmagnan o gli intellettuali alla Monticelli; o addirittura nomade come i braccianti che spesso si recano all'estero con  la loro  carriola; comunque un mondo irreligioso e insubordinato che mette Garibaldi e Cafiero al posto del papa, e il propagandista repubblicano o socialista al posto del prete locale.
Nel processo raccontato nelle precedenti pagine noi sentiamo che il medico, il segretario comunale e il maestro manifestano la loro simpatia per Scarmagnan senza tuttavia abbracciarne con evidenza la fede; e sentiamo nel contempo quanto il Centanin – che pure aveva un passato liberale combattendo come volontario nella difesa di Venezia del ‘49 – rappresentasse un mondo estraneo ed ostile alla piazza.
A Pozzonovo, negli anni  Ottanta, c'era don Gottardi a contrastare i capi socialisti rappresentati ancora solo da artigiani e  piccoli commercianti che pur godevano della stima del  maestro locale, ma a Monselice si contavano tra i socialisti avversari del mitico prete Gatto anche dei laureati come Angelo Galeno; all'inizio del nostro secolo don  Luigi Marchetti avrà di fronte, oltre ai vari Miazzo, anche il farmacista Ferdinando Tresoldi coi suoi figlioli (10).
Insomma – tanto per concludere un ragionamento che rischia forse di farsi troppo lungo in questa sede –, il movimento socialista (e il movimento radical-mazziniano che lo precede e di cui appare in gran parte la natural continuazione) in quanto espressione cultural-politica del ceto urbano, non fu un fenomeno di classe, o non fu soltanto un fenomeno di classe. Rappresentò piuttosto l'incontro tra il sottoproletariato e il proletariato da una parte, e la microborghesia e la piccola borghesia dei senza terra dall'altra; l'incontro della bettola e del caffè, tanto per richiamare due luoghi simbolici.
E Scarmagnan e Miazzo erano o aspiravano ad essere avventori del caffè piuttosto che della  bettola, del caffè come Angelo Galeno o come i Monticelli; si credevano o avrebbero voluto essere più borghesi che proletari. Di qui la complessità del rapporto, e la sua equivocità che noi possiamo già notare nelle poesie di Scarmagnan e di  Monticelli. Equivocità destinata a determinare, successivamente, incomprensioni  molto profonde tra le varie componenti del partito socialista negli anni Venti del Novecento; e dissidi e incomprensioni ancora più gravi tra partito socialista e comunista trenta anni più tardi. (11)
I temi affrontati nelle poesie di Scarmagnan, sono tutti riassunti sia nel suo credo che nel Decalogo del Barbiani. Troviamo l'invettiva contro la borghesia che sfrutta il popolo per vivere nel lusso ed è insensibile alla miseria che la circonda; la polemica antimilitarista perchè la guerra massacra la povera gente ed è voluta da chi solo  guadagna e nulla rischia; l'anticlericalismo spinto che nel prete vede un ostacolo all'emancipazione delle  masse e alla vittoria del socialismo;  la fiducia positivistica nella scienza e nel progresso; la certezza nella vittoria finale da realizzarsi attraverso una  rivoluzione sociale; la descrizione di un mondo felice in cui  le terre e  le fabbriche saranno di tutti e  la ricchezza sarà equamente spartita tenendo conto dei bisogni di ciascuno. Il carattere messianico, anzi, è presente direttamente o indirettamente in tutte le poesie, nel senso che tutte, criticando aspetti della vecchia società o esaltando il futuro socialista, tendono a fare proseliti, ad allargare il consenso della nuova fede.
Non è inesatto, anche se può apparire persino paradossale, parlare di fede a proposito di una dottrina politica che predica la distruzione delle chiese e la fine violenta delle “tonache nere”, e che induce il suo propagandista a scrivere sempre dio con la “d” minuscola.
Eppure, a ben guardare, dei preti non si critica tanto la morale cristiana, quanto piuttosto il comportamento, vero o falso che sia: il prete predica la povertà e si riempie di capponi; raccomanda il rispetto per le donne e soddisfa le sue voglie malsane con la povera serva; parla di pace e si mette al servizio dei ceti guerrafondai.
L'anarchico difende una concezione etica della vita che non può non riconoscere anche nella religione cristiana la quale viene criticata – certo aspramente – ma solo nei dettagli, nelle sue supposte contraddizioni, nel comportamento molto poco etico di chi la rappresenta.
L'anarchico – al pari del cristiano – vive per un fine, ritiene che  la vita abbia un senso solo se vissuta e spesa per un nobile ideale; ritiene che la storia abbia – debba avere – una fine, e alla fine c'è sempre il paradiso: sulla terra per gli anarchici, in cielo per  la chiesa.
Insomma è un credente anche  lui, se non addirittura un sacerdote.
Così della religione cristiana il socialismo anarchico riprende molti temi. Prima di tutto il millenarismo; cioè la cieca fiducia che comunque una provvidenza – non importa se immanente o trascendente - alla fine
pareggerà i conti perchè ognuno abbia secondo i suoi meriti. E il Dio dei cattolici diventa il Socialismo; i dieci comandamenti si trasformano, nella predicazione dei nuovi clerici, nel Decalogo dei socialisti; e la sezione prende il posto dell' antica chiesa; e Garibaldi e Mazzini quello dei santi; e Cristo diventa il primo socialista. Così scrive infatti il Pasini a un amico in procinto di partire per Gerusalemme: «E scorgerai la terra  già  innaffiata / dal sangue del più giusto tra i filosofi, / di colui che fu il vero socialista».
E così scrive Giacinto Stiavelli, un poeta anarchico amico di Monticelli, nella poesia intitolata “A Gesù nazareno, Primo Martire del socialismo”, pubblicata nel 1878:

Non son più iddi: Gesù, dai turpi claustri
dalle lubriche chiese a noi resuscita,
sarai l'Uom del pensiero,
sarai con Hobbes, Kant, Usse, e Voltero.
[...]
Torna fra noi che strapperem la croce
lorda del sangue d'innocenti vittime.
Mira; le ree corone tremano all'urto della Rivoluzione
Torna fra noi: reclama il proletario
i dritti e le sostanze: odi già il fremito
della mondial sommossa,
vedi quanti ne inghiotte oggi la fossa!
[...]
Torna fra noi, che franti ceppi e vincoli,
il popolo vincitore
te acclama Nazzaren suo redentore!. 

Le poesie e gli scritti di Scarmagnan – come quelli di Vittorio Panzacchi, di Basilio Miazzo, di  Matteo Salmistraro, di Antonio Pasini e del Barbiani – appaiono certo ingenui ai nostri occhi, e scadenti nella  loro approssimazione stilistica. Ma sono questi scritti – queste poesie, queste commedie, queste canzoni, questi articoli apparsi in piccoli giornali a due facciate e venduti a cinque centesimi – il concime su cui è nata rigogliosa la pianta del Socialismo, il primo catechismo della nuova Religione che tanto spazio ha avuto nella storia successiva della nostra terra.
Io credo che personaggi umili come Scarmagnan – la vita e  le opere di questi personaggi, e nonostante il  loro datato anticlericalismo – abbiano ancora qualcosa da insegnare al nostro tempo caratterizzato dal materialismo più sfrenato e dal rifiuto di ogni ideologia; al nostro tempo, in cui la religione del dio denaro sembra avere affossato ogni possibile concezione etica dell'esistenza.
 
 

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